Non bastavano le liste d’attesa infinite, i pronto soccorso in affanno, la carenza di medici, gli scandali e una pianificazione rimasta senza guida. Adesso sulla sanità siciliana arriva pure la stangata di Roma: il ministero della Salute ha rimandato al mittente la proposta di nuova rete ospedaliera della Regione, giudicandola piena di “disallineamenti e incongruenze” e priva di una documentazione tale da consentire una valutazione completa. Non è un dettaglio tecnico di poco conto, è l’ossatura stessa del sistema a non funzionare.

A questo punto le ipotesi sono tre. E tutte, in un modo o nell’altro, portano a una conclusione poco rassicurante: la sanità siciliana è un campo di macerie.

La prima ipotesi è quella della persecuzione romana. In sostanza: il governo Meloni ce l’ha con la Sicilia. È la lettura che in queste ore circola con più furore nei corridoi della politica, alimentata anche dal precedente dell’impugnativa contro la legge dell’Ars che prevedeva 40,8 milioni di euro di ristori per le imprese colpite dal ciclone Harry. Anche lì Roma ha fermato tutto, anche lì si è gridato allo sgarbo politico, anche lì qualcuno — Ismaele La Vardera in testa — ha letto la mano del governo come una ritorsione più che come un rilievo tecnico (provocando la reazione della Meloni con un whatsapp notturno).

È una tesi che politicamente può persino funzionare, perché consente di spostare il problema fuori dalla Sicilia. Peccato che, a leggere i rilievi del ministero, la spiegazione vittimistica regga fino a un certo punto. Perché qui non siamo davanti a una divergenza filosofica o a una sfumatura interpretativa. Qui il dicastero segnala posti letto cancellati o non correttamente indicati, reparti collocati in ospedali che non hanno le strutture specialistiche corrispondenti, carenze nella definizione della rete dell’emergenza-urgenza, della rete oncologica, dei punti nascita. Se tutto questo è persecuzione, è singolare…

Ed ecco allora la seconda ipotesi, che è anche la più semplice e probabilmente la più credibile: l’asineria. Tradotto: l’assessore Daniela Faraoni, i suoi uffici, gli apparati regionali e le aziende sanitarie non sono riusciti a costruire una rete ospedaliera degna di questo nome. Hanno mandato a Roma un impianto incompleto, sfilacciato, contraddittorio. E il ministero ha fatto quello che un ministero fa quando riceve carte fatte male: le ha rispedite indietro.

Faraoni naturalmente respinge la definizione di bocciatura e prova a ridimensionare tutto, parlando di osservazioni “tecniche ed endoprocedimentali” che erano attese, rivendicando la specificità geografica della Sicilia e sostenendo che molti correttivi richiesti siano quasi tutti tecnici. Ma la difesa è subito apparsa come debole. Perché se davvero si trattasse di meri aggiustamenti fisiologici, il ministero non avrebbe usato quel tono perentorio né avrebbe intimato alla Regione di trasmettere con “massima urgenza” una documentazione completa, corretta ed effettivamente rappresentativa della delibera.

Inoltre questa rete porta addosso un marchio preciso: è figlia della gestione Schifani, è stata costruita sotto la regia dell’assessorato e soprattutto dell’ex dirigente generale della Pianificazione strategica Salvatore Iacolino, poi trasferito al Policlinico di Messina prima di essere travolto dall’inchiesta. E qui il quadro si fa ancora più impietoso.

Poi c’è la terza ipotesi, la più politica e anche la più velenosa. Quella che nei palazzi sussurrano senza dirla troppo forte: Fratelli d’Italia non avrebbe fatto nulla per aiutare il buon esito della pratica. Al contrario. Perché FdI non è soddisfatta della gestione Faraoni, considera la sanità una casella da conquistare e da tempo fa capire di non essere disposta a intestarsi le scelte di un’assessora tecnica indicata da Schifani e Sammartino. In quest’ottica la bocciatura romana non sarebbe una disgrazia, ma un’occasione.

A rendere questa suggestione meno campata in aria c’è un fatto politico preciso. Quando lo scorso settembre la Commissione Salute dell’Ars diede il via libera alla proposta di revisione della rete ospedaliera, Fratelli d’Italia accompagnò quel sì con un documento fitto di rilievi e richieste correttive: confronto preventivo col ministero, verifica della reale sostenibilità dei posti letto, attenzione agli organici, agli spazi, agli ospedali penalizzati, ai punti nascita in deroga, alle aree ad alta pressione dei pronto soccorso. Un sì, ma con riserva.

Riletto oggi, quel documento sembra un reperto lasciato apposta per il giorno della bocciatura. Come a dire: noi ve l’avevamo detto. In questo modo sarà più semplice sottolineare gli errori, affrancarsi dalla gestione Faraoni, reclamare la poltrona più ambita (ma anche la più delicata), con una gestione annua di 10 miliardi di budget.

La verità, però, è che una sola di queste tre ipotesi non basta. C’è probabilmente un po’ di tutto: la ruvidità di Roma, l’inadeguatezza di Palermo, il cinismo degli alleati. Ma il punto politico resta uno solo: la Sicilia si presenta al confronto sulla propria rete ospedaliera nel momento di massima debolezza possibile, con una sanità esausta, un’amministrazione zoppicante e una maggioranza che considera ospedali e reparti non come il cuore del diritto alla cura, ma come una partita di potere. Una partita a perdere.