In Sicilia c’è un ponte di quindici metri che non si riesce a montare. Sta a Blufi, contrada Madonna dell’Olio: acciaio, pochi metri di campata, tre milioni e mezzo di finanziamento pubblico. Doveva riaprire a giugno 2024, poi a settembre, poi entro gennaio 2026. Oggi, raccontano i bene informati, è ancora in fase di assemblaggio a terra. In vecchi (ma non troppo) articoli di stampa è riportato lo stato del disagio: il Responsabile unico del progetto risulta irreperibile, le forniture hanno subito slittamenti, i pagamenti — si sussurra — non sempre sono stati tempestivi. Nel frattempo i madoniti continuano a fare i conti con un collegamento monco verso l’unica autostrada.

È una storia piccola solo in apparenza. Perché mentre quel viadotto di quindici metri resta sospeso, la Sicilia continua a discutere serenamente del Ponte sullo Stretto: tremilatrecento metri di acciaio e cavi, oltre tredici miliardi di investimento (di cui una buona fetta a valere sui Fondi di sviluppo e coesione destinati alla Regione), una delle opere ingegneristiche più complesse al mondo. La domanda è banale: se fatichiamo a completare quindici metri, cos’accadrà con l’opera tanto cara al ministro Salvini?

Blufi, in realtà, è la radiografia di un sistema che non ingrana. Il simbolo perfetto di una filiera decisionale che in Sicilia continua a incepparsi nei passaggi più elementari. Il problema, però, non riguarda solo le strade. Basta spostare lo sguardo sulle dighe per capire che siamo davanti a qualcosa di più profondo. Lo Scanzano, progettato per contenere 18 milioni di metri cubi d’acqua, ne può trattenere meno della metà perché il collaudo non è mai arrivato. Alla Trinità, in piena emergenza idrica, l’invaso teorico da 18 milioni si ferma a 2,4 milioni utilizzabili. A Santa Rosalia, nel Ragusano, l’acqua in eccesso è stata comunque scaricata per mancanza di alternative di stoccaggio. In Sicilia non manca l’acqua. Mancano collaudi, manutenzioni e decisioni.

Anche all’Ars il tema affiora a ondate. A gennaio la deputata regionale del M5S Cristina Ciminnisi ha acceso i riflettori sul progetto della diga Valentino, nel Palermitano, parlando di un’opera che rischia di trasformarsi nell’ennesimo annuncio senza fondamenta. Nel mirino, soprattutto, la scelta di immaginare nuovi invasi mentre quelli esistenti continuano a operare con pesanti limitazioni. «L’acqua si perde nelle reti colabrodo e le dighe esistenti hanno limitazioni di invaso per mancanza di manutenzione», ha avvertito Ciminnisi, usando una metafora difficile da smentire: senza un piano serio sulle condotte, «stiamo semplicemente versando acqua in un secchio bucato». Un’immagine brutale ma efficace, che fotografa un paradosso tutto siciliano.

Il copione si ripete anche sulla costa. A Santa Teresa di Riva, tre chilometri e trecento metri di litorale classificati a rischio idrogeologico tra R3 e R4, per anni si è discusso di difesa del suolo. I quattordici pennelli frangiflutti e le quindici barriere soffolte sono arrivati davvero solo dopo l’ennesimo cedimento del lungomare. Adesso il progetto c’è — oltre dieci milioni di investimento complessivo — ma la fine lavori è prevista per aprile 2029. Nel frattempo si procede, come spesso accade, a colpi di somma urgenza: cinque interventi tampone, affidamenti rapidi, pezze messe dove il mare ha già presentato il conto. In Sicilia la programmazione preventiva resta un genere letterario, mentre la somma urgenza è l’unica politica industriale che funziona con regolarità.

Lo stesso schema si intravede anche sul versante portuale. Dopo il passaggio del ciclone Harry, il sistema dei porti dello Jonio è entrato in una crisi senza precedenti, con ricadute immediate sulla filiera ittica. Il monitoraggio tecnico ha certificato l’inagibilità di diversi scali delle Aci, mentre a Riposto — unico approdo di ricovero nel comprensorio — l’ultima parte del molo foraneo risulta compromessa da gravi danni a banchine e muri paraonde. In Terza Commissione all’Ars si è parlato apertamente di emergenza economica per circa 150 imprese della pesca. La road map tecnica è minimale (bonifica degli inerti, messa in sicurezza, antincendio, servizi essenziali) ma proprio per questo emblematica: prima ancora delle grandi opere, la Sicilia fatica a garantire la piena operatività delle infrastrutture esistenti.

Eppure i soldi, almeno sulla carta, non mancano. Dopo il ciclone Harry la Regione ha quantificato una prima richiesta di 741 milioni di euro alla Protezione civile nazionale, ottenendo subito 33 milioni di stanziamento (briciole, è vero, ma si trattava solo della prima tranche). Palazzo d’Orléans rivendica inoltre di aver già destinato circa 680 milioni di risorse regionali ed extraregionali per fronteggiare l’emergenza, mentre prosegue la ricognizione dei danni trasmessi dai Comuni. Una massa finanziaria imponente, che però ripropone la domanda di fondo: esiste una regia capace di trasformare queste risorse in cantieri conclusi, collaudati e funzionanti?

È qui che il caso Blufi torna a fare rumore. Perché la vera fragilità del sistema non sta solo nei ritardi, ma nella catena di responsabilità sempre più sfilacciata: progetti affidati a uffici comunali spesso svuotati di personale tecnico, iter autorizzativi che si trascinano per anni, strutture regionali che intervengono prevalentemente in fase emergenziale. Il risultato? Opere annunciate in pompa magna e infrastrutture esistenti che continuano a viaggiare a mezzo servizio.

Il punto, allora, non è stabilire se il Ponte sullo Stretto si farà o meno. Il punto è molto più terra terra, e forse più scomodo. La Sicilia deve dimostrare di saper chiudere i cantieri da tre milioni. Prima delle campate da record mondiale, deve riuscire a montare un ponte di quindici metri senza trasformarlo in una saga.