Manlio Messina si è sfilato, ma il suo metodo continua a fare scuola. All’assessorato al Turismo si ragiona ancora con quella testa: cercare visibilità, occupare il centro della scena, trasformare la promozione in una vetrina permanente del potere. Nonostante gli scandali e le inchieste. Appena si presenta l’occasione, infatti, la Sicilia torna a occupare un posto nel racconto nazionale.

La cronaca di queste ore è già un manifesto. Accursio Sabella ha raccontato su La Sicilia il nuovo piano di comunicazione approvato dalla giunta Schifani: un biennio da quasi 4 milioni di euro solo per ospitate e dirette sulle reti Rai. Dentro ci sono due edizioni de L’anno che verrà da 800 mila euro ciascuna, Ballando con le stelle e i programmi collegati per 320 mila euro, due settimane di Camper per 300 mila, gli spazi a Uno Mattina per 245 mila, Linea Verde e Linea Verde Sentieri per 140 mila, tre finestre a Geo per 54 mila, la diretta della Coppa degli Assi su Rai Sport per 60 mila. Poi radio, contenuti digitali, distribuzione internazionale, altri passaggi confezionati per il 2027. Il turismo continua a essere pensato come presenza e palinsesto.

Ed è qui che riaffiora il Balilla. Non come figura personale, che ormai ha preso un’altra strada (si è dato all’aviazione fondando una compagnia aerea), ma come impronta politica. Messina aveva intuito prima di molti altri che il turismo, in Sicilia, poteva diventare una macchina di consenso perfetta. Bastava spostare l’asse: meno costruzione dell’offerta, meno fatica amministrativa; più eventi, più racconto, più promozione, più ribalta. SeeSicily fu la grande scuola di quella stagione. Dovevano essere aiuti alle imprese ricettive nel dopo pandemia, e invece il progetto si gonfiò fino a diventare anche una gigantesca macchina di comunicazione, poi travolta dai rilievi europei su spese irregolari e non certificate per quasi 21 milioni. Non fu una stonatura occasionale. Fu un metodo che si rivelava per quello che era.

Da lì in avanti il turismo siciliano ha smesso di essere un assessorato come gli altri. È diventato il punto in cui il confine fra interesse pubblico e convenienza politica si è fatto sempre più slabbrato. Cannes ha mostrato il meccanismo in tutta la sua impudenza. Le inchieste che hanno investito Gaetano Galvagno e l’assessora Elvira Amata hanno restituito il clima di quel sottobosco: contributi, intermediazioni, rapporti opachi, la solita confusione fra promozione e potere. In mezzo c’è finito pure il caso Auteri, che ha dato un’altra misura della disinvoltura con cui sono stati trattati soldi e cultura, fino a provocare un terremoto dentro Fratelli d’Italia e il successivo commissariamento del partito nell’Isola.

Il punto, però, non è soltanto quello che è esploso. È quello che è rimasto. Perché dentro l’assessorato non c’è mai stata una vera bonifica politica e amministrativa. Figure che hanno accompagnato le stagioni più controverse del turismo siciliano sono ancora lì, o comunque ancora dentro il perimetro che conta. Lucia Di Fatta continua a presidiare l’ufficio di gabinetto dell’assessora. Nicola Tarantino è ancora alla guida della Film Commission. E quando restano gli uomini, di solito restano anche i riflessi.

A quel punto il ruolo di Schifani diventa impossibile da nascondere. Il presidente della Regione ha attraversato Cannes (col ritiro in autotutela del provvedimento che faceva ben sperare), SeeSicily, i rilievi europei, le inchieste, gli imbarazzi che hanno investito il ramo del turismo e della cultura, senza mai imporre una rottura vera. Ha assorbito il colpo, ha lasciato che il tempo facesse il suo lavoro, ha evitato lo scontro frontale con la corrente turistica di Fratelli d’Italia. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: appena si riapre uno spazio d’azione, il blocco torna a muoversi come prima. Forse Schifani non ha voluto. Forse non ha potuto. Conta il fatto che non è riuscito a spezzare quel metodo.

E così il nuovo piano Rai pesa più delle sue cifre. Non solo per i milioni impegnati, ma per quello che svela. Dopo SeeSicily, dopo Cannes, dopo il caso Auteri, dopo le ombre su Galvagno e Amata, la Regione aveva un’unica occasione seria: cambiare linguaggio. Ha scelto invece la via più familiare. Due Capodanni da 800 mila euro l’uno, una lunga teoria di apparizioni televisive comprate a pacchetto. Si torna sempre lì: alla vetrina, alla comparsata, al riflesso di esistere soprattutto se qualcuno ti inquadra.

Messina, nel frattempo, si è sfilato davvero. Ha lasciato Fratelli d’Italia nel luglio 2025, dopo essersi già fatto da parte pochi mesi prima dal ruolo di vicecapogruppo vicario alla Camera. Ma il punto, ormai, non è più lui. Il punto è che il suo metodo gli è sopravvissuto. È rimasto negli uffici, nelle abitudini, nelle tentazioni di un assessorato che continua a spendere e spandere. E quando un metodo sopravvive ai suoi scandali, ai suoi interpreti e perfino alle sue macerie, vuol dire che si è fatto sistema.

In una terra ferita dagli scandali, la notizia più amara è proprio questa: la lezione non è servita a cambiare strada.