Quei pazienti Covid lasciati soli a morire meritano un pensiero

Giorgio Trizzino, deputato del Movimento 5 Stelle alla prima legislatura, è l'ex direttore sanitario del Civico di Palermo

Dall’inizio della pandemia da Covid-19 ad oggi si sono registrati 36.616 decessi in Italia e 1.113.750 nel mondo. Con dura brutalità è emerso che buona parte di queste morti è avvenuta in solitudine e nel contesto di una disattenzione colpevole nei confronti della complessità dei sintomi e delle problematiche sociali, psicologiche e spirituali che compaiono nelle ultime fasi e soprattutto nelle ultime ore di vita.

Si è sostenuto che i sistemi ospedalieri non erano in grado di gestire numeri così elevati di pazienti con problematiche cliniche talmente gravi e che la medicina territoriale non era pronta ad affrontare la complessità assistenziale di tutti coloro che non sono riusciti a trovare spazio all’interno degli ospedali e delle rianimazioni. Tutto vero e le ragioni sono oggetto del dibattito che satura ormai la nostra vita quotidiana. Toccare, ascoltare, parlare, guardare, prendersi cura sono quegli atti mancati nei rapporti con la persona morente e di cui tutti dobbiamo sentirci responsabili.

Una considerazione necessaria per presentare questo documento elaborato dalla Società Italiana di Cure Palliative (SICP) e dalla Federazione Italiana Cure Palliative (FEDCP) che fornisce un utile strumento di lavoro per elaborare politiche sanitarie finalizzate a dare risposte adeguate ai bisogni di Cure Palliative ed alle necessità assistenziali di chi affronta l’ultimo tratto della propria vita nel contesto dell’emergenza pandemica.

Cosa dice il documento della FICP

Il documento della Federazione Italiana Cure Palliative si pone l’obiettivo di analizzare brevemente il ruolo svolto dalle cure palliative, fornendo alcuni spunti di riflessione derivati dalle esperienze italiana e internazionale acquisite nei mesi della fase 1 della pandemia (un’ampia letteratura è reperibile sul sito della Società Italiana di Cure Palliative 5) e, al contempo, delineare alcune linee di indirizzo finalizzate ad una integrazione delle cure palliative nel più ampio piano pandemico nazionale.

Una crisi umanitaria, come ad esempio una pandemia, complica in modo sostanziale alcuni elementi che identificano e
definiscono i bisogni di cure palliative della popolazione colpita a partire dalla individuazione dei pazienti vulnerabili e a rischio di morte. Si amplia, innanzitutto, lo spettro dei pazienti che necessitano di cure palliative, naturalmente in modo dipendente dal contesto socio-economico e di sviluppo di un sistema sanitario: quest’ultimo, oltre ai malati, adulti e bambini, già in carico classicamente alle cure palliative, deve fornire palliazione anche a persone che prima della pandemia erano altamente dipendenti da trattamenti intensivi (e.g.: ventilazione, dialisi), a persone affette da patologie croniche la cui salute si deteriora a causa delle restrizioni e delle misure di isolamento (riduzione degli accessi ospedalieri o ambulatoriali per visite ed esami di controllo) ma soprattutto anche a persone precedentemente sane le quali a causa dell’infezione vengono sottoposte a trattamenti di supporto vitale ma necessitano di un adeguato controllo sintomatologico o, ancora, a pazienti non suscettibili di tali trattamenti o che non possono accedervi per scarsità di risorse o loro stesso rifiuto. Una pandemia delinea quindi nuovi orizzonti per la medicina palliativa e le assegna un ruolo fondamentale nella gestione di una popolazione di pazienti molto diversificata; un ruolo già preconizzato oltre 15 anni fa in un articolo, pubblicato sul Journal of Palliative Medicine, relativo agli effetti della pandemia da influenza aviaria, nel quale veniva sottolineato quanto “le decisioni di triage sanitario riguardino coloro che riceveranno le misure di sostegno vitale ma, soprattutto, coloro che non le riceveranno; in questo senso le cure palliative assumono un ruolo centrale per l’assistenza di una quota potenzialmente ampia della popolazione colpita da una pandemia”. La risposta dinamica a un evento catastrofico come una pandemia dovrebbe, dunque, essere non solo orientata a “massimizzare il numero di vite salvate” ma anche a “minimizzare la sofferenza di coloro che potrebbero non sopravvivere”.

Giorgio Trizzino :

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