Ci sono libri che si leggono e libri che si attraversano. Il palazzo e la scena di Calogero Pumilia appartiene, per me che ho avuto il privilegio di accompagnarne la nascita, alla seconda categoria.

Mentre lo percorrevo, mi sono ritrovata in un luogo che riconoscevo senza averlo mai abitato davvero: uno di quei paesaggi interiori che sembrano attenderci da sempre. Era una macchina del tempo, ma non di quelle che riportano semplicemente indietro. Mostrava piuttosto come il passato continui a lavorare sotto la superficie del presente, come certe storie non finiscano mai del tutto ma cambino forma, voce, destinatario.

Per me questo libro è stato una materia viva, a tratti luminosa, a tratti dolorosa. Scriverlo accanto a Pumilia ha significato immergermi in una storia che non era la mia e che, lentamente, ha cominciato a riguardarmi. Anzi, a un certo punto, a guardarmi.

All’inizio il progetto era un altro: raccontare Ludovico Corrao, l’avvocato, il senatore, il visionario che, dopo il terremoto del Belice del 1968, decise di restare a Gibellina e di trasformare una ferita collettiva in qualcosa di inaudito. Una città-opera d’arte. Un esperimento in cui la cultura non fosse ornamento, ma fondamento.

Per capire Gibellina bisogna capire da dove veniva Corrao. Prima di diventare il visionario della città d’arte, era stato un uomo del palazzo: avvocato, politico, figura istrionica della DC trapanese e di quell’improbabile esperimento che fu il milazzismo, l’alleanza che vide insieme comunisti, socialisti e la destra monarchica e neofascista alla guida della Sicilia per qualche tempo.

Corrao fu capace di colpi di scena e di costruire e distruggere con la stessa energia, con la stessa coerenza. Poi arrivò il terremoto del Belice, e qualcosa si rovesciò. Dal palazzo passò alla scena, che divenne la sua maschera drammatica, amplificandone la voce.

Pumilia ha fatto un percorso diverso: è rimasto uomo del palazzo, ne conosce le regole e i costi, ma ha lasciato che la scena lo raggiungesse, scoprendo così che l’arte non sottraeva nulla alla responsabilità — la approfondiva.

Durante il lavoro, però, è accaduto qualcosa. Pumilia si è accorto che non era soltanto Corrao a tenerlo alla scrivania. La biografia ha cominciato a spostarsi, a farsi più inquieta, più intima. A un certo punto è diventato chiaro che il centro magnetico del libro non era più uno solo. C’era Corrao, certo. Ma c’era anche Pumilia, c’era la sua storia dentro: prima come segretario generale della Fondazione Orestiadi, poi come presidente, infine come uomo uscito bruscamente da quella vicenda, senza cerimonie, senza nemmeno il tempo di dare un nome al congedo.

Quel cambio di rotta è il cuore del libro, e non era previsto. Le dimissioni sono arrivate mentre eravamo ancora alla scrivania. La realtà ha fatto irruzione nel testo, e il testo ha dovuto accoglierla. Da quel momento il libro ha smesso di essere soltanto ricostruzione, memoria, racconto del passato. È diventato anche testimonianza del presente. L’ho sentito pulsare pagina dopo pagina.

Attraverso la voce di Pumilia ho visto la Gibellina di Corrao come se ci fossi stata: l’euforia della ricostruzione, gli artisti convocati da ogni parte per lasciare un segno su una città che aveva perso la propria memoria sotto le macerie, il calore di un progetto impossibile, la sua generosità radicale, la sua ambizione quasi scandalosa. Ma ho visto anche le zone d’ombra: il potere, le relazioni opache, la Sicilia del dopoguerra, i compromessi che oggi ci costringono a guardare con occhi più severi ciò che allora poteva apparire inevitabile.

Pumilia non edulcora nulla. Scrive di Corrao come si scrive di un personaggio letterario complesso: senza assolvere e senza condannare. Osserva, documenta, lascia aperte le contraddizioni e poi, quasi senza volerlo, lascia che quella storia diventi anche la sua.

C’è l’orgoglio di aver portato Gibellina — piccola, con risorse private limitate, già nell’ombra di Agrigento Capitale italiana della cultura 2025 — alla designazione di Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026, contro avversarie più grandi e meglio finanziate. E c’è, subito dopo, l’uscita di scena: silenziosa, definitiva, senza appello. «Ho assolto all’impegno senza chiedere nulla in cambio, neppure la gratitudine».

Dentro questo percorso è nata anche la mia postfazione, La via sbagliata. Il titolo viene da una strada reale di Gibellina: una strada senza numeri civici che collega via Finocchiaro Aprile a via Sturzo, due visioni opposte di rifondazione unite da un percorso senza indirizzo. Scrivendo quelle pagine, ho capito che il mio contributo non poteva restare esterno. Non potevo chiudere il libro con uno sguardo critico che si mantenesse al riparo. Dovevo entrare in quella frattura e chiedermi che cosa resta delle utopie quando il tempo le consuma, quando la politica le usa, quando la memoria le trasforma in monumento o in silenzio.

Per questo Il palazzo e la scena non è soltanto un libro su Gibellina, su Corrao, su Pumilia o sulla Fondazione Orestiadi. È anche il racconto di ciò che accade quando una vicenda collettiva attraversa una vita individuale e la cambia. È il racconto di una fedeltà, di una delusione, e della domanda più difficile: che cosa può essere ereditato di una visione?

Il titolo contiene già la tensione centrale del libro. Il Palazzo e la scena: la politica e l’immaginazione, l’istituzione e il gesto, la legge e il mito. Corrao ha abitato per tutta la vita questa frattura, senza stare mai davvero da una parte o dall’altra, tentando di costruire ponti tra mondi che tendevano continuamente a separarsi.

Il libro racconta anche il fallimento, una parola che oggi si pronuncia raramente. Siamo abituati a celebrare i risultati, ma la generazione di Corrao — e, in seguito, quella di Pumilia — conosceva il valore delle sconfitte. Gibellina stessa nasce da una sconfitta: un terremoto, una distruzione, una perdita. E insieme nasce dal rifiuto di accettare quella sconfitta come ultima parola.

Corrao ha vissuto la scena, ma senza uomini come Pumilia la scena sarebbe morta molte volte. Perché il palazzo non è soltanto il luogo del potere. È anche il luogo della responsabilità, della firma, del bilancio, della continuità. Delle porte da tenere aperte, dei salari da onorare, delle istituzioni da difendere persino quando sembrano indegne di essere difese. Il sogno, da solo, non basta.

In tutto questo, quando Pumilia scriveva, io ero lì. Quando ricordava un episodio, cercavo una data, un articolo, una fonte. Quando affiorava un nome, inseguivo una traccia. Per mesi sono stata anch’io una specie di ponte: credevo di unire due rive, e invece ho finito per misurare il vuoto che le separava. Era lì, in quel vuoto, che la storia continuava ad accadere.

Ho occupato una posizione strana. Non ero la protagonista, e nemmeno un’esperta di storia contemporanea. Ero dentro e fuori nello stesso tempo, abbastanza vicina da capire, abbastanza lontana da vedere. Sono stata soprattutto testimone: quella che cerca le domande nelle risposte, che continua ad attraversare Via Sbagliata non per arrivare da qualche parte, ma per ascoltare una storia.

Se Pumilia ha custodito il fuoco della Fondazione senza lasciare che si spegnesse, io ho potuto chiedergli perché bruciava.

Forse sono solo arrivata tardi. Quando Corrao entrò a Gibellina, il terremoto era ancora una ferita aperta. Quando arrivò Pumilia, la ricostruzione era ancora una battaglia. Quando sono arrivata io, il fuoco era già cenere: c’erano le opere, i musei, le istituzioni, i nomi, perfino le celebrazioni. Ma non c’era più la certezza del senso.

Chi arriva all’inizio può costruire. Chi arriva dopo deve capire.

Questa differenza è la condizione di chi lavora sulla memoria altrui, sapendo che il compito non è restituire ciò che era, ma chiedersi che cosa continua ad accadere dentro ciò che è accaduto. Ho ascoltato Pumilia parlare di Corrao e di Gibellina, e ho scoperto che il libro che stavamo scrivendo conteneva una domanda più grande: che cosa resta di una visione viva quando il suo fondatore scompare e chi gli succede immagina di poterla imbalsamare come una eredità?

Pumilia risponde con la propria testimonianza. Io ho risposto con una strada senza numeri civici.

Una strada che esiste finché qualcuno continua ad attraversarla.