Quel guastafeste di Cateno

Il sindaco di Messina, Cateno De Luca, si prepara allo sprint per le Regionali: "Temono che finisca come nel 2012"

Dove finirà il centrodestra senza Cateno De Luca non è dato saperlo. Ma una cosa è certa: De Luca non tornerà all’interno della coalizione. La decisione di staccarsene è irreversibile: “Io non ho mai partecipato alle loro sedute spiritiche, non sono mai stato invitato. Sicilia Vera è stata totalmente ignorata negli ultimi quattro anni. E comunque, da solo, raggiungo il 15-20 per cento”, riflette il sindaco di Messina. Che domenica è stato al centro di uno scontro aspro con Saverio Romano, leader del Cantiere Popolare. Tutto è partito da una foto sui social e dalla definizione di “personaggetto di quart’ordine” da parte dell’ex ministro, a cui Scateno ha replicato senza fare sconti. “Ma c’è un antefatto”, spiega.

Che antefatto?

“Una simpatica conversazione con Davide Faraone, giovedì pomeriggio”.

Eravate ospiti alla stessa trasmissione, dove avete lanciato l’ipotesi di un accordo generazionale per Palermo. Ma cosa c’entra Romano?

“Un minuto dopo è entrato a gamba tesa. Temeva che a Palermo, la sua città, potesse crearsi un precedente, e la questione gli sfuggisse di mano. E’ andato in fibrillazione. Ne starà pagando le conseguenze”.

In che senso?

“Poiché il centrodestra sta cercando di disinnescare la mia posizione, la sua uscita ha creato imbarazzo. Sono certo che l’avranno ‘sculacciato’”.

Ma cosa c’è di vero in questo principio d’accordo con Faraone? Non sarà mica un pourparler come con Barbagallo e Cancelleri? Gli ha chiesto, in cambio del suo appoggio per le Amministrative di Palermo, di sostenerla alla Regione?

“Vede, con Faraone non è un problema politico. Se ci fosse una presa di posizione trasversale e generazionale, potrebbe diventare un grande progetto”.

Una nuova rottamazione?

“Mi piacerebbe vedere 40enni e 50enni che chiudono la stagione dei politici settantenni, o, come li chiamo io, sessantenni più iva. Non per una questione anagrafica, ma perché questi hanno già fatto le quattro stagioni, come la pizza. Ora basta”.

Ma c’è un futuro politico con il senatore di Italia Viva?

“Siamo alla fase del simpatico corteggiamento. Vedremo se sboccerà in un progetto strutturale. L’unico ad avere le idee chiare per il momento sono io: infatti sto andando avanti senza nessuna zavorra che mi rallenta”.

Qualcuno le ha già fatto notare che rischia di andare a sbattere.

“Non mi sento inferiore a nessuno. Sto molto sul territorio, e tra una canzone e l’altra ho occasione di sentire gli umori di tutti. Provincia per provincia”.

Cosa dice la piazza?

“Posso dirle cosa penso io”.

Prego.

“Sul versante del centrodestra la disamina è semplice: temono che si ripeta l’esperienza del 2012, quando la candidatura di Miccichè portò alla sconfitta di Musumeci. Ma c’è un piccolo dettaglio: io politicamente tiro più di Micciché. Il centrodestra ha un’unica certezza: con De Luca in campo, perde”.

Vincerà il centrosinistra.

“Anche lì ci sono dei problemi: non è detto che l’accordo tanto sbandierato fra Pd e Movimento 5 Stelle si faccia, e soprattutto a quali condizioni. Non dipende solo da chi sarà il candidato, ma dalla presenza di alcuni personaggi ingombranti che hanno già fatto parte della giunta di Crocetta. I Cinque Stelle non li accettano”.

E poi c’è lei. Questa corsa solitaria non rischia di risultare velleitaria? A meno che il suo obiettivo non sia soltanto far perdere Musumeci…

“Io, politicamente parlando, non sono disoccupato. E soprattutto non sono alla ricerca di una poltrona. Se lo faccio è perché ci credo, non per presunzione. Per questo a febbraio mi dimetterò da sindaco”.

Quanto ci crede?

“Sto notando lo stesso clima di Messina di qualche anno fa, dove ero definito pazzo per aver rifiutato all’ultimo minuto l’offerta di Micciché di diventare il candidato del centrodestra. E partivo quarto nei pronostici. Oggi, nei sondaggi, mi viene attribuita una forbice tra il 15 e il 20 per cento. E non ho ancora mobilitato il territorio. Sto semplicemente cantando”.

Il 20% non basta a diventare presidente.

“Musumeci e la sua coalizione sono al 24. Significa che, tecnicamente, il presidente in carica fa perdere quindici punti ai partiti che lo sostengono”.

Crede che si troverà nel centrodestra qualche coraggioso in grado di far saltare la ricandidatura?

“Vuole sapere come andrà a finire?”.

Magari.

“Nel centrodestra nessuno vuole più Musumeci. Ma se la mia posizione rimarrà tale, e tale rimarrà senza discussione, alla fine saranno costretti a ricandidarlo. Nessun’altro ha intenzione di immolarsi in una campagna elettorale dove il centrodestra ha già perso”.

Ci sarebbe il suo amico Stancanelli.

“E’ un soggetto vincente, con una carriera brillante. Sembra dormire nell’olio per quanto si mantiene giovane. Ma non potrebbe mai candidarsi contro De Luca a presidente della Regione. Non perché abbia paura di me, non sono così egocentrico… Ma perché un settantenne dovrebbe avviarsi alla fine della sua carriera politica con una sonora sconfitta?”.

Quindi sarà Musumeci, punto.

“A meno che, in una prospettiva di centrodestra allargato, non riescano a garantirgli la buonuscita richiesta: cioè tre seggi al parlamento nazionale. Altrimenti non se ne fa nulla. La contraddizione costante e quotidiana di Musumeci è frutto di questa tribolazione legata alla sua buonuscita”.

Almeno sulla partitocrazia sembrate d’accordo.

“Dissento. Musumeci politicamente è un grande ipocrita: uno che afferma che i partiti sono un cancro e poi ci governa insieme, non può dare lezioni. La prima cosa che avrebbe dovuto fare – se avesse avuto la forza e la statura – era sbarazzarsene e fare un governo del presidente. Invece è uno che governa coi partiti e distribuisce loro anche le briciole. Un ipocrita”.

E lei invece?

“Se avessi fatto lo stesso ragionamento di Musumeci, appena eletto a Messina potevo andare dai partiti e crearmi una maggioranza stabile in Consiglio. Invece sono rimasto un cavaliere solitario errante. Ho governato Messina senza i partiti e quello che ho fatto in questi quattro anni è sotto gli occhi di tutti. Ho tutto il diritto di rivendicare la mia battaglia contro la partitocrazia. Musumeci no”.

Ritiene credibile la discesa in campo di Gaetano Micciché, fratello del presidente dell’Ars?

“A prescindere dalla mia valutazione – di grande rispetto – per la persona, è una minchiata. Una di quelle sparate da Gianfranco quando è in difficoltà. Il suo unico obiettivo è continuare a fare il presidente dell’Assemblea”.

Si aspetta cose buone dall’ultima Finanziaria di Armao?

“No. Armao Meravigliao ci ha sempre impressionato con le grandi Finanziarie di fuoco che però non diventano nemmeno fiammelle. Ma questo è tipico del personaggio. La sua “fantasia contabile”, come dice la Corte dei Conti, è insuperabile. Coi numeri, però, siamo al redde rationem. Gli ultimi fatti dimostrano che della parifica non c’è alcuna certezza. Non mi risulta siano state risolte le criticità sollevate sul rendiconto. Un consuntivo che va e viene è una cosa grave, perché stiamo parlando di conti già tumulati. Il fatto che ci siano richieste di correzioni significa che c’è stata una falsa rappresentazione di fatti già consumati”.

Lei farà un duetto con Cancelleri a Caltanissetta. Non crede che anche i Cinque Stelle si siano istituzionalizzati a tal punto da entrare nella Casta?

“Hanno cambiato tutti i partner di governo. Altro che casta, qui si rasenta la prostituzione politica. Ora siamo in una fase diversa: c’è chi vorrebbe continuare con questa logica e chi, invece – parlo dei duri e puri – vorrebbero creare qualche difficoltà nell’accordo col Pd in Sicilia. Non so quale anima prevarrà, e comunque non è affar mio”.

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