Il Politeama di Palermo, sabato mattina, sarà teatro della visita di Antonio Tajani a un partito lacerato, ma – con un minimo di abilità da parte degli organizzatori – potrà diventare il palcoscenico per elogiare i risultati e i successi di un governo che Schifani ha sminuzzato fino a qualche settimana fa, revocando i due assessori della Democrazia Cristiana con la promessa di sostituirli a breve. Non se n’è fatto ancora nulla. Anzi, più passa il tempo e più l’incertezza dilaga. Schifani, rimasto vittima del suo moralismo peloso, sta provando a convincere i democristiani a cambiare pelle, a rifarsi il trucco, a scegliersi una nuova guida, così da poterli riammettere in giunta senza scatenare gli appetiti degli altri partiti che si contendono le spoglie.
Evidentemente qualcosa si è inceppato, anche se alla convention con Antonio Tajani nessuno ne farà menzione. L’obiettivo è far apparire l’azione di governo più concreta e luccicosa di quanto in realtà non sia. Tireranno fuori le solite argomentazioni sulle agenzie di rating, sull’iter dei termovalorizzatori, sui dissalatori che soddisfano a stento il 2% del fabbisogno idrico, sorvolando sull’unico tratto distintivo della legislatura: l’incoerenza. O la “schizofrenia politica”, per dirla con Cateno De Luca, che qualche giorno fa è tornato nelle file dell’opposizione.
Alla Regione si attende un rimpasto alla vigilia di Natale. Non solo a causa dei tempi della Dc, che adesso dipende dal facente funzioni Giampiero Samorì (ma che c’azzecca con Cuffaro e con la Sicilia?); ma anche perché i patrioti di Fratelli d’Italia, da Roma, hanno richiesto un altro stop&go in attesa di verificare la portata delle accuse a Elvira Amata, assessore al Turismo rimasta invischiata in un’inchiesta per corruzione (su cui pende la richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura di Palermo); ma fra le altre magagne che Schifani si rifiuta di risolvere, e che finisce col compromettere la strategia complessiva, c’è il pessimo rapporto con gli Autonomisti di Lombardo, – peraltro federati con FI a livello nazionale – che non hanno votato la Finanziaria e che fanno registrare frizioni un giorno sì e l’altro pure.
E allora andateci piano coi successi e con le imprese del governo. L’esclusione di Totò Cuffaro e dei suoi uomini sarebbe dovuta diventare il nuovo manifesto della moralità. Fuori il partito che ha lottizzato la sanità, truccato i concorsi, indirizzato gli appalti, deviato il sistema. Peccato che a distanza di due mesi, in cambio di lealtà acclarata, e viste le difficoltà a trovare un’alternativa, il presidente le stia tentando tutte per recuperare i “soldati” di Totò: magari facendogli cambiare maglia, o puntando su un cavallo di Troia (l’Udc di Lorenzo Cesa) che, pur senza voti, resiste nelle istituzioni. “Nelle prossime ore, d’intesa con il presidente Schifani, verranno assunte le decisioni relative ai prossimi passi da intraprendere”, hanno spiegato i parlamentari della Dc.
A Tajani non verranno chiariti i motivi per cui il presidente della Regione continui a prediligere i rapporti con Fratelli d’Italia, anziché agevolare l’ingresso nelle istituzioni ai deputati di Forza Italia, il partito di entrambi (con decisioni che rasentano l’umiliazione). O perché a fronte di quattro assessori meloniani, gli azzurri possono contare soltanto sulle deleghe di Edy Tamajo (quelle dei due ‘tecnici’ vengono considerate estranee). E’ questo il motivo che he gettato nello sconforto la dirigenza siciliana, che però – anziché combattere apertamente – ha preferito agire nel segreto dell’urna, azionando la leva del voto segreto; o semplicemente arrendendosi, in cambio della promessa di uno strapuntino (come quello che si profila per Falcone & Co. con la promozione di Giovanni La Via).
Alla base dei dissapori che hanno portato l’aula a ribellarsi più volte c’è, anche, la gestione dei rapporti con gli alleati. L’unico a non dover combattere a mani nude è Luca Sammartino, che gode della benedizione del presidente. Per il resto ci sono mille turbolenze che il capo del governo ha sempre scelto di aggirare: una volta per mandare in porto la Finanziaria; un’altra con la promessa dei due miliardi d’avanzo da “spartire” con la manovra della prossima estate; un’altra ancora perché è giusto aspettare l’esito dei tribunali. Non è mai il tempo di agire, semmai di galleggiare. Di questo Tajani dovrebbe essere informato, prima di inaugurare la prossima campagna elettorale chiedendo a Schifani di riprovarci.
Il suggello di questo continuo cincischiare è arrivato ieri, con il rinvio dell’udienza del Tar che avrebbe dovuto decidere sul ricorso presentato dalla Regione siciliana contro la nomina di Annalisa Tardino all’Autorità portuale di Palermo. Una scelta calata dall’alto che il governatore, inizialmente, aveva contrastato con forza; poi, dopo aver rinunciato alla sospensiva del provvedimento ministeriale, pare che si voglia rinunciare pure alla causa. Perché inimicarsi Salvini – in questa fase – non è un’opzione vantaggiosa.
Tajani su queste vicende non avrà voce in capitolo. A lui spetterà il compito di salutare il partito unito ed elogiare un governo ambizioso, cui servono altri cinque anni di tempo per completare le riforme. La parte peggiore, però, toccherà ai parlamentari forzisti dell’Ars, i quali dovranno illustrare tre anni di attività legislativa. In effetti dovranno lavorare molto di fantasia, perché l’aula – compressa dai provvedimenti giudiziari che affliggono il suo capo, Gaetano Galvagno – non ha prodotto quasi nulla al netto delle leggi finanziarie, dei collegati, delle mance.
Le uniche proposte di riforma sono state impallinate dai franchi tiratori (vedi Consorzi di Bonifica e ritorno dell’elezione diretta nelle ex province); o, sono attualmente all’esame delle commissioni di merito (come quella degli enti locali su cui si cerca disperatamente una quadra). I parlamentari di FI potrebbero raccontare delle volte – numerosissime – in cui per dare un segnale al governo, hanno usato il voto segreto per esprimersi contro, per punire, per vendicarsi. Ma siamo certi che anche questo tema, nella narrazione del Politeama, sarà volutamente lasciato fuori.


