La sedicente Commissione Antimafia, presieduta da un conducator di polso duro e coraggioso come Antonello Cracolici, ha aspettato l’ultimo tintinnio di manette per convocare Renato Schifani e invitarlo a parlare degli scandali che da quattro anni affliggono e movimentano Palazzo d’Orleans. Segno che tutte le ruberie, le corruttele, i pagnottismi e le malversazioni precedenti non richiedevano, a giudizio dell’augusto sinedrio, una parola di chiarezza da parte del Presidente della Regione. Quercia caduta, accetta accetta.
Se l’Antimafia si sveglia ora che il malato è già in agonia, pronta a celebrarne il funerale politico, un’altra onorevole istituzione, invece, continua placidamente a sonnecchiare. Massimo Midiri, il rettore dell’Università che con tanta fretta e tanta misericordia ha promosso il braccio destro di Schifani a professore associato, forse non ha ancora visto le carte e le foto della pesante inchiesta per corruzione: avrebbe potuto constatare che l’eccellentissimo docente – che la procura vuole rinchiudere all’Ucciardone – utilizzava una stanza assegnatagli dall’Ateneo a Palazzo San Rocco per incassare clandestinamente i piccioli: il complice gli riempiva le tasche di un cappotto scuro, appeso all’attaccapanni, che poi lui stesso andava a sistemare, guardingo, nella Smart parcheggiata lì vicino. Il magnifico rettore, che dall’alto della sua autorevolezza culturale predica rigore e legalità, avrebbe dovuto forse convocare il Collegio di Disciplina non tanto per decidere una misura drastica, per la quale sarebbe comunque necessaria una sentenza definitiva, ma una sospensione del prof che in ogni caso ha già inquinato – moralmente, s’intende – l’immagine dell’Università. Invece non è successo nulla.
Solidarietà tra colleghi? Il filone ha un precedente significativo. In una officina di Palermo è posteggiata, e periodicamente lucidata, un’Aurelia B20 argentata di valore inestimabile, si fa per dire, che l’Innominato nei tempi d’oro – quando volava a Londra per provarsi un vestito – aveva acquistato da un nobilotto caduto in bassa fortuna. Oltre al capriccio, lo eccitava l’idea di pavoneggiarsi con le corse d’auto frequentate dall’alta società. Solo che al posto di guida non si sedeva lui ma un pilota destinato a concludere nel fatato mondo della Motorizzazione le sue opache acrobazie fra i tornanti del sottogoverno regionale. Stiamo parlando, manco a dirlo, di Angelo Pizzuto, il boiardo che è finito poco prima dell’Innominato in una inchiesta giudiziaria – mazzette in cambio di patenti facili – e che è già stato consegnato dai magistrati agli arresti domiciliari. Coincidenze tra colleghi.


