Undicimila ottocentoventinove euro al minuto. È il costo medio dell’attività d’Aula dell’Assemblea regionale nei primi 43 giorni del 2026, secondo i calcoli pubblicati dall’edizione palermitana di Repubblica. Otto sedute, 1.268 minuti complessivi, oltre 15 milioni già spesi su un bilancio interno che per quest’anno vale 133 milioni. Il dato non serve a fare facile demagogia, ma a misurare — al netto del lavoro nelle commissioni di merito — la distanza tra il costo della macchina e la qualità delle decisioni che produce.
Fin qui non è successo granché. Una sola legge approvata all’unanimità: quella legata ai ristori da 40 milioni per le popolazioni colpite dal maltempo. Per il resto — come è facilmente dimostrabile dalle ultime cronache di Palazzo — quando una legge arriva al traguardo comincia un secondo percorso altrettanto tortuoso, che la svuota, la riscrive, la espone a pressioni e aggiustamenti continui. Il disegno di legge sugli Enti locali è fermo da due anni in un labirinto di emendamenti, voti segreti, fronde interne alla maggioranza e scontri tra alleati. Perfino la norma sull’alternanza di genere, attesa da tempo per allineare la Sicilia al resto del Paese, rischia di saltare ancora.
Ma il problema non è solo parlamentare, né riconducibile alle ambizioni dei singoli attori. È strutturale. Prendiamo la legge sull’editoria. Inserita nella Finanziaria 2026-2028, approvata dall’Ars, salutata come misura di sostegno a un settore strategico. Poi inizia la seconda fase: il decreto attuativo predisposto dall’assessore all’Economia passa in giunta, viene trasmesso alla Commissione Bilancio, subisce modifiche, osservazioni, integrazioni. Ora tornerà nuovamente a Palazzo d’Orleans per l’ok definitivo.
Ogni passaggio è formalmente legittimo. Ma ogni passaggio diventa anche un punto di pressione. Basta scorrere alcune delle indicazioni messe nero su bianco dalla Commissione per capire il livello di intervento sul dettaglio. Si propone, ad esempio, di considerare nell’ampiezza dell’azienda “tutto il personale (anche quello non giornalistico), inquadrato con contratto di almeno 12 mesi”, con una premialità per le imprese che abbiano assunto donne e giovani sotto i quarant’anni. Oppure di calcolare la consistenza economica sulla media degli ultimi tre esercizi finanziari — 2023, 2024 e 2025 — e di “definire i settori informativi con maggiore chiarezza per garantire la più completa univocità nella relativa indicazione”. Tra i criteri compare inoltre la richiesta della presenza “degli almeno sei social principali” (tra cui TikTok, dove spopola Angela da Mondello).
Parametri apparentemente tecnici. In realtà decisivi. Perché sono proprio queste soglie a determinare chi resta dentro e chi resta fuori dalla distribuzione delle risorse. È in questo spazio che la politica smette di limitarsi all’indirizzo generale e scende nel perimetro delle convenienze, spesso seguendo le indicazioni di campieri e sovrastanti che popolano i palazzi del potere e tentano con ogni mezzo, legittimo o meno, di far passare la propria linea.
I faccendieri si annidano ovunque, a cominciare da Palazzo d’Orleans, e sono portatori di interessi particolari, mai generali. Prendete il confronto sull’articolo 10 del ddl Enti locali, che ieri l’altro ha portato la maggioranza a disintegrarsi. Sembra un articoletto quasi inutile – la digitalizzazione degli archivi comunali in materia d’urbanistica entro 120 giorni – ma, come sembrano confermare le parole di Antonello Cracolici, deputato di lungo corso e presidente della Commissione antimafia, “nulla arriva per caso, ogni norma, anche la più innocua, ha sempre un’origine”. E probabilmente quella in oggetto “è una norma su richiesta, perché è troppo tecnica”.
Persino un partito della maggioranza come il Movimento per l’Autonomia, puntando il dito contro chi ha proposto l’art.10, evidenzia che «quanto accaduto non andrebbe letto come un incidente parlamentare, quanto piuttosto come l’arresto di un iter che poteva far sorgere il dubbio di un drenaggio di risorse pubbliche». Il sospetto di un altro tentativo — goffo o meno — di favorire qualcuno ha fatto scattare l’allarme. Ma questo dovrebbe avvenire più spesso e senza remore.
Il risultato di una legge è una filiera decisionale lunga, vulnerabile e talvolta opaca. In un sistema sano, il Parlamento legifera e il governo attua. In Sicilia, tra l’una e l’altra fase si apre invece una zona grigia in cui le decisioni vengono rinegoziate, adattate, talvolta piegate. È lì che si misura la distanza tra l’autonomia proclamata e l’efficienza reale. La Sicilia non paga soltanto 12 mila euro al minuto per un’Aula che si riunisce poco. Paga il costo di un sistema che decide lentamente, rinegozia continuamente e finisce quasi sempre per scendere a compromessi che non coincidono con l’interesse generale.


