Passa il tempo, cambiano gli interpreti, ma non la sostanza. Di fronte alle prime saette scagliate dai ‘murati vivi’ di Forza Italia, e alla rottura con Salvini sulla nomina della Tardino, Schifani è corso a Ragalna, in provincia di Catania, per raccogliere l’abbraccio e le rassicurazioni dei patrioti. Com’è accaduto un paio d’anni fa a Brucoli, meta autunnale del voyeurismo patriota (ci torneremo).

Ha fatto quasi en plein, se non fosse stato per Musumeci che ha disconosciuto il suo governo: “Nessuna continuità col mio”. Ma chissene del vecchio Nello, finito a Roma a fare il ministro. L’obiettivo di Schifani – pienamente centrato – era quello di tornare a fare squadra con il presidente del Senato Ignazio La Russa (Ragalna è il suo buen retiro). L’occasione dell’EtnaForum è servita a rinsaldare il rapporto, a nascondere sotto il tappeto mesi di scandali e di incompiute, di mance e di rese, di voti segreti e umiliazioni.

“Col governatore Schifani mi lega un’antica e attuale amicizia – ha detto La Russa -. Non soltanto politica, che c’è, ma anche umana. Per ora siamo lontani dalla candidatura, ma Renato sta lavorando molto bene. Non tocca a me fare indicazioni di nessun genere, ma se posso esprimere un giudizio lui sta lavorando molto bene”. Come se l’essere amici fosse, di per sé, un requisito essenziale per strappare il bis. “Spero di poter completare il lavoro”, ha rilanciato Schifani. Dopo aver incassato anche la fiducia di Galvagno. Un atto che di questi tempi, a onor del vero, non è il massimo dell’investitura. Il presidente dell’Assemblea, che continua col suo atteggiamento da scavezzacollo, è indagato dalla procura di Palermo per corruzione e peculato, mica per aver gettato una cicca di sigaretta dal finestrino dell’auto (blu). Ma di questo Fratelli d’Italia non si occupa. Attende fiduciosa la magistratura.

La Procura di Palermo è già arrivata con intercettazioni e atti documentali: come il pizzino rinvenuto a casa dell’imprenditore Alessi, amico di Galvagno e uomo della comunicazione, che stava organizzando l’evento “Un magico Natale” per conto della fondazione Dragotto, nel 2023. Il finanziamento da 100 mila euro era stato concesso dall’Ars su diktat di Galvagno. Ma una buona fetta di quei soldi sarebbe tornata indietro: una parte alla “califfa” De Capitani, un’altra a Marianna Amato, stimatissima dal Balilla; un’altra ancora alla medesima Fondazione. Solo supposizioni? Si vedrà. Ma Fratelli d’Italia è sorda e insensibile rispetto alla questione morale e alla pretesa di istituzioni onorevoli. E così imbastisce spettacoli che suonano come diversivi.

Brucoli, si diceva. La più temeraria delle edizioni fu quella del 2023, con il Balilla autentico dominus del partito. Quella volta, in provincia di Siracusa si presentò anche Schifani nonostante l’umiliazione subita mesi prima. Gli animi si erano surriscaldati a causa dello scandalo di Cannes. Il presidente della Regione, con un atto di responsabilità, aveva ritirato in autotutela il provvedimento che affidava 3,7 milioni senza bando a una società del Lussemburgo. Criticò l’assessorato per il “danno d’immagine”. Il Tar gli diede ragione, Messina gli diede addosso (“O Schifani non ha guardato le carte, e questo sarebbe gravissimo, oppure non le ha sapute leggere”). Ma lui, il presidente, andò oltre gli inevitabili rancori ed ebbe la capacità di perdonare. Aveva capito che lo scontro con FdI non lo avrebbe portato lontano. E così si presentò a Brucoli, dove i patrioti avrebbero disquisito di turismo e di cultura, a rendere onore al padrone di casa (“Ha internazionalizzato la nostra immagine”, fu il complimento). Il bacio della pantofola riuscì, non senza un pizzico di autoumiliazione.

L’altro ieri, a Ragalna, è arrivata la replica. Un atto di sottomissione persino più imbarazzante: Schifani ha dovuto prestarsi a una lunga intervista con Maurizio Scaglione, il re dei pagnottisti, che ha rastrellato alla Regione oltre mezzo milione di euro con incarichi affidati senza bando (aridaje). Poi ha posato a fianco dei patrioti: che l’hanno scortato di peso a Palazzo d’Orleans, nel 2022, e il cui giudizio sarà decisivo per la sua riconferma.

Al governatore toccherà superare un bel po’ di ostacoli: la resistenza interna di Falcone e Mulè, la manifesta diffidenza di Salvini dopo le vicende dell’Autorità Portuale di Palermo, i dubbi pesanti di Lombardo. Ma su quest’asse con Fratelli d’Italia, un partito che fa delle contraddizioni la sua cifra, si gioca tanto. A Brucoli erano presenti in massa con il Balilla, il ministro Lollobrigida e la ministra Santanchè (cioè la corrente turistica al completo); a Ragalna con La Russa, Galvagno e Musumeci. Quest’ultimo ha trovato anche il modo di bastonare i magistrati (definiti “killer”) per non assecondare il sentimento d’impunità che permea le mosse dei Giorgia Boys al di qua dello Stretto. Mentre il presidente dell’Ars ha spiegato che “mi butterei piuttosto nel cassonetto di Paternò se mai dovessi farmi corrompere per un abito, ma neppure per tutto l’oro del mondo. E neppure per una palestra”.

Non ha mai spiegato perché la sua auto di rappresentanza fosse diventata un taxi al servizio di amici e familiari, ma questo – probabilmente – è un elemento non dirimente nella ricostruzione meloniana. In questo i patrioti sono sempre stati dei fenomeni. Abbiamo un problema con la giustizia? Organizziamo un convegno sulla separazione delle carriere. Facciamo disastri nel turismo? Ce ne andiamo a Brucoli. Il partito siciliano è commissariato e ostaggio delle faide? Ci vediamo a Ragalna. Con un intruso d’eccezione a fare da padrino.