L’opposizione ne chiede a gran voce le dimissioni, ma questa volta, dietro una parola così abusata, non può non celarsi lo stato d’animo della rassegnazione. Renato Schifani è rimasto sempre più solo a combattere contro i mulini a vento. Quasi ogni giorno è costretto a un numero d’acrobazia per cancellare l’onta provocata da un componente del suo governo, o del sottogoverno, o del suo stesso partito: gente che con la propria condotta immorale – prima di capire se avrà mai dei rilievi penali – finisce per infliggergli le punizioni più tremende.
L’ultimo scandalo della sanità – un comparto in crisi per la bulimia della politica e per un piano di rientro ventennale – è un durissimo colpo all’immagine delle istituzioni siciliane, e ancora più devastante per l’operato di un governo che avrà pure risanato i conti ma che in tre anni e mezzo, per le feroci liti all’interno della maggioranza, non è riuscito a proporre una riforma. A questo punto non basta – come accaduto con Iacolino – minacciare la sospensione da Direttore generale del Policlinico di Messina, e ottenere le dimissioni come contropartita. Così come non serve cacciare Pantò dalla guida della Sas e ritrovarsi coi medesimi problemi all’assessorato alla Famiglia, grazie all’opera di ramificazione del Ciapi che ha fornito l’assistenza tecnica e strapagato consulenti cari al partito di Totò Cuffaro.
Il problema non è negli individui, e ce sono tantissimi; è nel sistema. Nel metodo. Nell’aver spalancato le porte della Regione a pagnottisti e affaristi, coi risultati che vediamo oggi (e che troppi continuano a tacere o insabbiare). Nell’aver sottovalutato le infiltrazioni dal basso, “taroccato” i sistemi di valutazione dei dirigenti (Teresi, indagato dal 2020, era ancora alle Infrastrutture), ignorato che dietro un servizio reso – spesso di pessima qualità – si nasconde l’utilizzo distorto delle risorse pubbliche.
Non sono bastate le commissioni antimafia, da Musumeci e Fava a Cracolici, per modificare le abitudini e il senso della realtà di certa politica che ha fatto razzia di denaro e di speranza. Non sono bastati i presidenti. Schifani – come chiunque altro al suo posto – avrebbe dovuto affrontare la questione (morale) di petto; evitare il doppiopesismo che ha portato a cacciare i due assessori della Dc (non indagati) e conservare il posto alla Amata, su cui pende la richiesta di rinvio a giudizio; capire che dietro le accuse di corruzione, dietro le procurate “utilità”, dietro le operazioni di certi “cerchi magici”, non c’è soltanto puzza di fritto (di fronte a quella ci si tura spesso il naso), ma pratiche clientelari e familistiche che umiliano la pubblica amministrazione.
Il garantismo è sacro, ma continuare a fare finta di nulla, recitando il solito ritornello che “la giustizia farà il suo corso”, è un’offesa al buonsenso e al futuro dei siciliani (che da parte loro hanno già perso la speranza). Che Di Mauro, assessore in quota Mpa, abbandoni il governo poche ore prima dell’inchiesta sulla rete idrica di Agrigento; o che Iacolino lasci l’incarico di Dirigente della Pianificazione quattro giorni prima dell’accusa più infamante (concorso esterno in associazione mafiosa) non deve sollevare. Deve far riflettere sulla tenuta di un sistema marcio dalle fondamenta. Di fronte al quale esiste un’unica, implacabile pretesa: fare tabula rasa, dimettersi, mandare i 70 parlamentari a casa, provare a ricostruire da zero (anche se a quasi 80 anni non è facile).
Servirebbe un grande gesto di coraggio, una rottura con gli schemi tradizionali, qualche rinuncia (non solo economica). Ma potrebbe rappresentare davvero la svolta. Mettere la casta di fronte ai propri fallimenti e alle proprie vergogne, sarebbe uno scatto morale e un presupposto di responsabilità civile che questa gente – ormai abituata a governare in surplace – non conosce neppure. Schifani ha un’occasione storica per dimostrare di non essere come loro. Per ribadire che non tutta la politica è uguale. Che la casella alla sanità – ora reclamata da Fratelli d’Italia (che vantano un presidente dell’Ars indagato per peculato, e un assessore al Turismo in odor di processo per corruzione) – non risponde a una mera logica spartitoria, ma deve obbedire a presupposti di scienza e di coscienza. Di merito.
La vera antimafia è quella delle scelte, e non delle celebrazioni. E purtroppo la Sicilia, anche in questi anni di governo, ha dimostrato di non saperne fare. Ha preferito delegare ai capi bastioni e ai partiti, quando sarebbe servito il coraggio di un ‘no’; si è accontentata di arrivare dopo la magistratura, per evitare giudizi scomodi; è stata sopraffatta da una gestione clientelare e ricattatoria (pensate alle mance) per non perdere i numeri in parlamento; ha preferito lasciare i problemi a bagnomaria, lasciando che imputridissero. Fin qui è un’enorme occasione persa. Solo un’impennata d’orgoglio del presidente – stacchi la spina e silenzi gli avvoltoi – potrebbe cambiare tutto.

