A scandire tempi, rinvii e trattative, in Sicilia, è la magistratura. Renato Schifani governa con un occhio alle deleghe vacanti e l’altro alle udienze. Il rimpasto, annunciato, evocato, promesso e poi puntualmente congelato, è ormai diventato una serie Netflix. Siamo alla quarta stagione. Il presidente prende tempo, che da queste parti è ormai la forma più collaudata del governare.

A bloccare tutto, ancora una volta, è il caso di Elvira Amata. L’assessora al Turismo, esponente di Fratelli d’Italia, resta appesa alla decisione del gup di Palermo Walter Turturici, che il 20 aprile dovrà pronunciarsi sulle sue sorti giudiziarie e su quelle dell’imprenditrice Marcella Cannariato. I pubblici ministeri contestano ad Amata un’ipotesi di corruzione: secondo l’accusa, in cambio di un finanziamento pubblico da 30 mila euro alla manifestazione della fondazione Bellisario, avrebbe fatto assumere il nipote in un’agenzia di brokeraggio. Le difese negano qualsiasi patto illecito. Ma il punto politico è un altro: finché il giudice non parla, Schifani non si muove. Che succederebbe di fronte a un nuovo rinvio?

Era stato lo stesso commissario di FdI, Luca Sbardella, a reclamare altro tempo in un’intervista di fine febbraio: l’unica vera scadenza, aveva detto, è quella legata alla pronuncia del giudice sulla vicenda Amata. Per il resto, ognuno guardi in casa propria. Solo che nel frattempo Sbardella, dopo aver ottenuto lo scalpo di Salvatore Iacolino alla Pianificazione strategica, ha continuato a mettere il naso pure nelle vicende di piazza Ottavio Ziino. L’obiettivo, nemmeno troppo mascherato, è spostare gli equilibri nella sanità siciliana, dove Daniela Faraoni – tecnica poco amata e poco protetta da Forza Italia – è finita nel mirino dei meloniani. Il nome che circola è quello di Giorgio Assenza.

Schifani inoltre aveva promesso di sostituire entro marzo i due assessori della Dc, cacciati il 10 novembre scorso sull’onda lunga dell’inchiesta che travolse Totò Cuffaro. Da allora, però, non è successo nulla. Gli assessorati agli Enti locali e al Lavoro (e Famiglia) sono rimasti nelle mani dello stesso presidente, che a parole continua a considerare “ineludibile” la nomina dei sostituti, ma nei fatti rinvia. Prima il ciclone Harry. Poi la frana di Niscemi. Poi la grana Iacolino. Infine la campagna referendaria. Adesso il rinvio dell’udienza Amata. Non manca mai una buona ragione per non decidere.

Il capolavoro politico, però, è un altro: Schifani è riuscito a trasformare una necessità di governo in una liturgia inconcludente, dove ogni partito avanza pretese e ogni nomina si trascina dietro un’inchiesta o un regolamento di conti. La Democrazia cristiana, per esempio, continua a rivendicare i due posti perduti. Schifani ne offre uno solo, mentre l’altro lo tiene in caldo per il Mpa. Una proposta che i commissari del partito – Totò Cascio, Fabio Meli e Carmelo Sgroi – hanno respinto senza troppi complimenti. La Dc non vuole passare per il partito fedele che prende schiaffi e ringrazia. Anche perché in aula i suoi sei deputati i voti li portano. Più degli autonomisti, che pure continuano a sedere al tavolo delle compensazioni.

E in questo risiko che non si chiude mai, Schifani deve continuare a tenere aperto anche il dossier Lombardo. Il leader del Mpa gli chiede da tempo due cose molto semplici e pesanti: bonificare la sanità, che è diventata il vero terreno di scontro interno alla maggioranza, e riconoscere agli autonomisti quel secondo assessore che aspettano da troppo tempo. Anche da qui passa il congelamento del rimpasto.

E poi c’è Forza Italia, cioè il partito del presidente. Dove però le cose non sono affatto lineari. Perché mentre Schifani prova a tenere insieme il quadro, anche uno dei nomi più chiacchierati per l’ingresso in giunta, Bernardette Grasso, si ritrova già impigliata in una vicenda che politicamente pesa come un macigno. La vicepresidente della commissione regionale Antimafia ha raccontato ai magistrati di avere girato via WhatsApp cinque nomi e un curriculum al boss di Favara Carmelo Vetro, senza sapere – questa la sua versione – che fosse un boss mafioso, perché il contatto le sarebbe stato indicato da Iacolino. In una legislatura infestata da inchieste, intercettazioni e relazioni opache, anche una figura ritenuta presentabile finisce immediatamente risucchiata nella palude. Prima di lei era toccato a Michele Mancuso, bruciato dall’ennesima inchiesta per corruzione.

Il rimpasto doveva servire a rafforzare il governo. Sta ottenendo il risultato opposto: ne certifica la paralisi. Schifani non decide perché ogni scelta rischia di scontentare qualcuno, rompere un equilibrio, o peggio ancora finire travolta da un’inchiesta della magistratura. Così resta fermo.

La prima stagione era cominciata con la cacciata degli assessori Dc e con gli interim trattenuti a Palazzo d’Orléans. La seconda si era arenata tra la Finanziaria (da portare a casa a tutti i costi) e le ambizioni di Forza Italia (con la pretesa di sostituire Dagnino, poi archiviata). La terza si era consumata tra il riavvicinamento coi centristi, i malumori meloniani e l’illusione di una ricomposizione imminente. Adesso siamo alla quarta stagione. E il copione, più che scritto dai partiti, sembra dettato dalle procure.

Schifani, naturalmente, resiste. Tiene tutti appesi, parla con tutti, non chiude con nessuno. Governa il rinvio come una tecnica di sopravvivenza. Ma il prezzo è evidente: un presidente che aveva promesso decisioni “entro il mese prossimo” si ritrova invece ancora inchiodato agli stessi nodi di novembre. Solo con qualche alibi in più e un’autorità politica in meno.