Il rimpasto, più che una necessità politica, sta diventando il modo con cui Renato Schifani prova a rimettere se stesso al centro di tutto. Spodestato da Meloni sulle questioni legate all’emergenza – la premier ha nominato il capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, commissario per Niscemi – e superato dai movimenti interni ai partiti della coalizione per la prossima tornata elettorale, il presidente della Regione si riprende il centro della scena grazie a un tema assai dibattuto ma mai affrontato sul serio: quello che prevede la ricomposizione della squadra di governo (al netto delle lacerazioni che i franchi tiratori continuano a infliggere al centrodestra)
Siamo alla terza stagione di una telenovela cominciata il 10 novembre scorso, quando – con una manifestazione di doppiopesismo morale – il governatore (fino ad allora uno sfegatato garantista, come nella tradizione migliore di FI) revocò i due assessori senza macchia della Democrazia Cristiana, travolti dall’onda lunga dell’inchiesta su Totò Cuffaro. Via Nuccia Albano, via Andrea Messina. E gli interim al Lavoro e agli Enti locali? Naturalmente trattenuti a Palazzo d’Orléans.
La seconda stagione avrebbe dovuto consumarsi dopo la Finanziaria. Sembrava tutto apparecchiato: Forza Italia in agitazione, l’ala ribelle da placare, il possibile ingresso di Giovanni La Via e l’uscita – non troppo dolorosa – del tecnico Dagnino dall’Economia. Poi, come spesso accade nelle saghe siciliane, è arrivato il colpo di scena: l’inchiesta per corruzione su Michele Mancuso, il rinvio dell’udienza per Elvira Amata al 2 marzo, il ciclone Harry e la frana di Niscemi, costringono alla riscrittura del copione.
E così eccoci alla terza stagione. Quella più interessante. Perché stavolta Schifani si muove come Minosse: ascolta tutti, pesa le richieste e smista le deleghe come il giudice infernale faceva con le anime. Solo che qui il tribunale è politico e le sentenze, per ora, rimangono sospese.
Questa settimana, però, dovrebbe segnare un passo avanti. Prima il riavvicinamento con la Dc, tornata al tavolo dopo mesi di gelo e con un commissariamento in atto. I centristi chiedono due assessorati – gli stessi che hanno perduto – ma con ogni probabilità dovranno accontentarsi di uno. In pista ci sono il presidente della commissione Affari istituzionali dell’Ars, Ignazio Abbate, che ha due inchieste giudiziarie a carico; ma anche Laura Abbadessa, moglie del magistrato Massimo Russo (già assessore alla Sanità nel governo Lombardo), e Giacomo Scala.
Molto più delicata la partita dentro Forza Italia. Qui Schifani ha già fatto capire che non intende distribuire premi a cuor leggero (non lo ha mai fatto in tre anni di legislatura). Michele Mancuso, finito sotto inchiesta, è fuori gioco. Nicola D’Agostino paga il voto eretico sull’articolo 10 del ddl Enti locali, che ha visto la bocciatura plateale di Sala d’Ercole. Giovanni La Via, che pure sembrava in pole, scivola sul vincolo politico imposto dal governatore: in giunta devono andare i deputati, non gli esterni. Prende quota la soluzione Bernardette Grasso, con l’alternativa – più salomonica – del capogruppo Stefano Pellegrino. Intanto Dagnino, che doveva essere il sacrificato designato, è reduce dal successo della parifica del rendiconto 2020 da parte della magistratura contabile: oggi appare più saldo di prima.
L’ultimo tassello riguarda FdI. Il 2 marzo sarà il giorno della verità per Elvira Amata davanti al gup di Palermo, che dovrà pronunciarsi sul rinvio a giudizio dell’assessore al Turismo (anche in questo caso l’accusa è corruzione). Ma nel frattempo i meloniani hanno già messo gli occhi sull’assessorato alla Salute, facendo emergere la propria insoddisfazione per l’operato della Faraoni. È la casella più pesante del risiko. E il governatore sa che prima o poi dovrà decidere se accontentarli.
Nel frattempo, però, il rimpasto produce già un effetto politico chiarissimo: riporta Schifani al centro della scena. Ed è qui che il parallelismo con Minosse diventa più interessante. Perché mentre a Palermo il presidente pesa, valuta e distribuisce deleghe come in un tribunale permanente, fuori dal palazzo la scena vera gli sfugge di mano. Non è un caso che Giorgia Meloni, nella seconda visita a sorpresa a Niscemi dopo la frana, abbia fatto tutto senza coinvolgerlo davvero. Con lei c’era il capo della Protezione civile nazionale Fabio Ciciliano, nominato commissario per l’emergenza. Lui e non Schifani. Un segnale più rumoroso di molte dichiarazioni.
La premier ha annunciato 150 milioni per la città del nisseno colpita dalla frana e si è presa il palcoscenico dell’emergenza. Al presidente è rimasto quello, più domestico, del rimpasto. Che pure lo inebria. Perché mentre nella maggioranza tutti si preparano già ai posizionamenti in vista del 2027 – con la nuova gens in rampa di lancio pure nel perimetro del centrodestra –, Schifani ritrova nel balletto degli assessorati la sua zona di comfort. E quindi, evviva il rimpasto. Se dovesse tardare ancora, pure meglio.


