Matteo Salvini decide commissari, orienta nomine strategiche, detta la linea sulle grandi opere e, quando serve, chiude ogni margine di trattativa. Attraversa i dossier siciliani come se avesse una delega permanente. Il risultato è la sensazione sempre più nitida di un governatore ombra, capace di muoversi sopra il livello della politica regionale e di condizionarne tempi e scelte.

La cartina di tornasole resta il Ponte sullo Stretto, infrastruttura che ormai vive in una dimensione quasi metafisica: promessa, simbolo, prova di forza. Più che un cantiere, però, oggi è un fascicolo aperto. Dopo i rilievi della Corte dei conti, il governo ha dovuto rimettere mano al decreto, riscrivere norme, abbandonare scorciatoie che avrebbero limitato i controlli della magistratura contabile e riallineare l’impianto alle osservazioni del Quirinale.

La grande accelerazione si è trasformata in un percorso in salita tra verifiche ambientali, compatibilità europee e revisione del piano economico-finanziario, appesantito dall’aumento dei costi rispetto al progetto originario. Perfino l’idea di uno scudo robusto per il commissario è tramontata, segno che la stagione delle deroghe facili ha trovato un argine. E tuttavia il dossier resta saldamente nelle mani del Mit, come se il Ponte fosse diventato non solo un’opera pubblica ma il baricentro identitario della leadership salviniana.

La rigidità mostrata sui fondi conferma questa lettura. Davanti ai territori messinesi devastati dal maltempo, l’ipotesi di rimodulare le risorse – il co-finanziamento della Regione siciliana ammonta a 1,3 miliardi di euro, direttamente “congelati” da Salvini alla firma dell’Accordo di Coesione fra i due governi – è stata respinta con nettezza: i soldi del Ponte non si toccano. “Non possiamo togliere soldi ai siciliani per aiutare i siciliani – ha detto durante il sopralluogo a Furci Siculo -. Perdonatemi, l’Italia è una potenza industriale e stiamo crescendo. I soldi arriveranno fino all’ultimo centesimo, senza togliere soldi alle scuole, alle strade, ai ponti, alle gallerie e alle ferrovie siciliane e calabresi”. È una posizione coerente con chi considera quell’opera intoccabile, ma politicamente rivela una gerarchia precisa. L’emergenza può attendere nuove coperture; il Ponte, no.

Questo decisionismo si accompagna a un altro segnale forte, giunto nelle ultime ore: il colpo di spugna sui commissari delle opere pubbliche. Via decine di figure nominate negli ultimi anni, dentro una gestione più accentrata, con i poteri trasferiti ai vertici di Anas e Rfi. In Sicilia l’effetto è stato tutt’altro che marginale: riguarda quasi trenta interventi, tra ferrovie e strade, che valgono miliardi. Ufficialmente una scelta dettata dai ritardi; ufficiosamente, la presa d’atto che la stagione dei commissariamenti non ha prodotto i risultati attesi.

Centralizzare, dal punto di vista politico, significa riportare la catena di comando al ministero. È la stessa logica che si era già intravista nella partita dell’Autorità portuale della Sicilia occidentale: una nomina – quella dell’ex segretaria regionale leghista, Annalisa Tardino – contestata dalla Regione (“Abbiamo espresso perplessità sul profilo dei titoli”), lo scontro, e infine la tregua. Prima con la rinuncia, da parte di Schifani, della sospensiva di fronte al Tar; poi facendo venir meno la “contesa” (come suggerisce il rinvio dell’udienza fissata il mese scorso). Schifani ha scelto la via pragmatica, ma il fotogramma che resta è quello di un ministro che forza la mano e di un governatore costretto a mandare giù i bocconi, anche amari.

Non esattamente il rapporto tra pari che ci si aspetterebbe dentro una coalizione. E qui emerge un altro dettaglio che, messo accanto agli altri, diventa qualcosa di più di una coincidenza. Schifani è commissario per l’autostrada A19, la Palermo-Catania, arteria vitale per la mobilità dell’Isola. Una nomina che avrebbe dovuto garantire velocità, coordinamento, capacità di superare le incrostazioni burocratiche. Eppure i cantieri procedono a rilento. Sarà rimosso anche lui, il più commissario di tutti (ora è anche delegato del governo per l’emergenza maltempo)?

Messe in fila, queste vicende raccontano una Sicilia sempre meno baricentrica nelle decisioni che la riguardano. Schifani conserva il ruolo istituzionale, ma spesso appare muoversi dentro un perimetro già disegnato, attento a non aprire fronti con gli alleati nazionali proprio mentre la sua maggioranza resta attraversata da tensioni periodiche. Salvini, al contrario, sembra aver individuato nell’Isola un teatro politico ideale: visibilità, opere simboliche, margini per esercitare leadership. Tutto questo avviene mentre il leader della Lega attraversa una fase turbolenta. L’uscita di scena del generale Vannacci ha indebolito una delle operazioni su cui Salvini aveva investito maggiormente, quella di intercettare un elettorato identitario e radicale capace di riequilibrare i rapporti nel centrodestra.

In questo quadro, il controllo dei grandi dossier diventa anche uno strumento di riaffermazione personale. Più il terreno nazionale si fa competitivo, più diventa decisivo presidiare le opere che fanno notizia. Il Ponte, i porti, le ferrovie non sono soltanto infrastrutture, ma palcoscenici politici. Resta da capire quanto questa postura giovi davvero alla Sicilia. Il rischio è che l’Isola continui a essere trattata come la terra delle promesse epocali – quelle che riempiono le pagine dei giornali – mentre la normalità amministrativa, quella che dovrebbe far viaggiare i cantieri senza proclami, resta un obiettivo ancora lontano.