SeeSicily. Schifani sconfessa il Balilla

Anche Schifani ha visto troppo. Le recenti rivelazioni di stampa, che hanno denunciato l’aumento del plafond previsto dal programma SeeSicily per la comunicazione (da 4,8 a 23,8 milioni) e il conseguente sperpero di denaro imputato dai 5 Stelle all’ex assessore al Turismo Manlio Messina, ha costretto il presidente della Regione ad assumere delle iniziative conseguenti. Il primo provvedimento deliberato dall’esecutivo è un atto di indirizzo che obbliga i vari assessorati “di investire preventivamente la Giunta regionale per le azioni relative ai programmi di comunicazione dell’Amministrazione, a valere su qualunque fonte finanziaria sia regionale che extraregionale, al fine di uniformare le strategie di comunicazione sulle tematiche di riferimento”. Questa è la dicitura istituzionale e certamente più politichese. Ma la controffensiva di Schifani può leggersi anche in un altro modo: non voglio sapere dai giornali come spendiamo (e disperdiamo) i fondi relativi alla comunicazione. Ergo, non voglio più cadere dal pero.

Un piano vero e proprio non c’è mai stato, come dimostra la vicenda Cannes, quando una marea di quattrini – anche sulla base dell’ultimo finanziamento ad Absolute, poi revocato – avevano ingrassato il capitolo comunicazione (511 mila euro per “animazioni, conferenza stampa e consumi”). Ma con SeeSicily si è oltrepassato il segno. Mentre, delibera dopo delibera, si riduceva la dotazione economica per garantire i pernottamenti promessi ai turisti, la comunicazione esplodeva con le voci più disparate. ‘La Sicilia’ ne ha messe in fila alcune: dai 756 mila euro a Publitalia ‘80 (concessionaria Mediaset) per una campagna pubblicitaria di un mese e mezzo, dal 14 giugno al 30 luglio 2022, più altri 732 mila per spot in onda dal 27 novembre al 12 dicembre dello stesso anno, ai 731 mila euro a Rai Pubblicità per promuovere il Natale nell’Isola. Per far danzare il brand Sicilia nel programma di Milly Carlucci “Ballando con le stelle” sono stati pagati a RaiCom 414.800 euro per gli spot d’autunno. Anche il gruppo Cairo ha fatto la parte del leone: 181 mila euro per promuovere SeeSicily su La7, più altri 175 mila per spazi sul Corriere della Sera.

Neppure l’editoria locale è rimasta fuori da questo bancomat, anche se intercettare tutti i ‘pagnottisti’ che hanno beneficiato delle prebende non è facile (“L’elenco, comprendente una pletora di società di servizio e consulenza varie, presenta molte sorprese”, scrive Barresi). Solo così Schifani completerebbe l’opera: accendere un faro di verità sui responsabili della vicenda non sarebbe un omaggio al partito che l’ha voluto a palazzo d’Orleans, cioè Fratelli d’Italia, ma a tutti i siciliani. Questo sì. D’altronde il deputato che aveva sollevato l’intera questione, cioè Luigi Sunseri (M5s), aveva avanzato una tesi sull’utilizzo di queste risorse pubbliche: “Il governo ha piegato la misura alle sue esigenze politiche, attuando una rimodulazione sproporzionata a vantaggio della comunicazione che non ha prodotto l’aumento né di turisti né di utilizzo di voucher per i soggiorni. La comunicazione è solo servita ad accreditare Musumeci e Messina presso i big player della comunicazione, ad affidare finanziamenti con procedure spesso ingiustificate e a finanziare eventi dalla dubbia capacità di potenziamento dei flussi turistici”.

Messina è finito sulle tv nazionali a concedere interviste a destra e a manca. E’ diventato – ma sarà certamente per le sue capacità oratorie – l’anchorman di un partito che in Italia primeggia nei sondaggi e in Sicilia detiene la delega al Turismo da sei anni e non intende mollarla. Solo ogni tanto, per rivestire i panni del Cavaliere del Suca, si concede un’esibizione sguaiata sulle tv locali. Per sputare veleno su chi pone qualche interrogativo sulla gestione del denaro pubblico, e ricordare a se stesso e ai siciliani chi comanda. Frivolezze. Il nodo della questione è un altro: che Schifani avrebbe deciso di interrompere questo flusso di sprechi e di abusi. Perché tali vengono considerati anche ai piani alti, altrimenti non ci sarebbe bisogno di passare ai raggi x la gestione da parte dei vari assessorati. La centralizzazione dei processi, qualora ce ne fosse bisogno, è la conferma che SeeSicily è stato un bluff di cattivo gusto. “Se a tutte queste criticità – diceva qualche giorno fa Sunseri – aggiungiamo che l’operazione ha completamente fallito gli obiettivi per cui era nata, mutandosi geneticamente da aiuto al settore turistico-alberghiero fiaccato dal Covid a una mega campagna di comunicazione, non possiamo che giudicare disastrosa l’operazione che potrebbe aver causare un danno erariale. È per questo che abbiamo approntato un esposto alla Corte dei Conti”.

Sullo strapotere di FdI hanno detto e ridetto più volte anche i grillini. Nel loro esercizio di difesa sterile e a tratti surreale, i patrioti invece hanno trovato il modo di chiedere le dimissioni di Sunseri da presidente della commissione sugli Affari UE. Un invito rispedito al mittente dal referente regionale del M5s, Nuccio Di Paola: “L’attività ispettiva dei parlamentari regionali è sacrosanta, guai a volerla imbrigliare in qualche modo con minacce più o meno velate. Siamo qui per fare gli interessi dei siciliani e dobbiamo essere liberi di farlo a 360 gradi. Sulla vicenda SeeSicily avremmo gradito una precisa presa di posizione del presidente Schifani. Fino a quando tollererà i disastri di Fratelli d’Italia che reggono l’assessorato al Turismo da sei anni? Abbia uno scatto d’orgoglio e tolga quell’assessorato dalle mani dei meloniani, affidandolo a qualche altro partito, anche ad un tecnico, se è il caso. Capisco che in ballo ci sono delicati equilibri di governo, ma a tutto c’è un limite”.

L’ultimo passaggio, ovverosia il commissariamento delle spese per la comunicazione, ha indotto persino il Pd a una presa di posizione, anche se più in chiave politica: “A sei mesi dall’insediamento – dice il capogruppo all’Ars, Michele Catanzaro – il presidente Schifani, a quanto pare, ha già perso la compattezza e la coesione di cui parlava al momento della presentazione del suo governo e, per evitare di conoscere solo attraverso la lettura dei giornali quanto prodotto dagli assessorati, ha emanato un provvedimento con il quale impone ai suoi assessori di comunicare preventivamente ed eventualmente discutere durante le riunioni di giunta ogni atto prodotto, ancora prima di rendere pubbliche le notizie . Ci auguriamo che quello a cui stiamo assistendo sia solo un difetto di comunicazione interna e non una diversità di vedute sull’azione di governo”.

Ma nonostante l’atto di indirizzo, occhio a non abbassare la guardia. Come riassume la delibera del governo, infatti, già nel 2018 era stato istituito, nell’ambito della Presidenza, il ‘Comitato di coordinamento per l’informazione e la comunicazione istituzionale della Regione Siciliana’ e ne venivano individuate composizione e funzioni. E’ mai servito a qualcosa? E persino nelle immediate vicinanze di Cannes si era parlato di una “centrale di controllo” per tenere a bada le spese sulla comunicazione. Lentamente, forse, ci si arriverà. Nel frattempo, meglio non fidarsi a continuare a pretendere chiarezza. Piaccia o non piaccia al Balilla.

L’avanspettacolo del Balilla in cerca di un polverone (di G.Sottile)

Asfissiato dagli scheletri chiusi nel suo armadio e accerchiato dalle procure che hanno già sul tavolo le carte scottanti dello scandalo, il Balilla non sa più come confondere le acque. Strilla, impreca, minaccia, insulta e, soprattutto, fa il gioco delle tre carte. Un gioco che colora giorno dopo giorno con l’impareggiabile volgarità del Cavaliere del Suca. L’ultimo bluff – glielo avranno suggerito i due pagnottisti che lo fiancheggiano – riguarda questo giornaluzzo. A suo avviso saremmo stati noi a suggerire ai Cinque Stelle di accedere ai documenti che certificano il flop di SeeSicily sul fronte alberghiero e, all’un tempo, l’opaco dirottamento di una quarantina di milioni sul dorato mondo della comunicazione: quello di Mediaset e della Rai, dell’impero editoriale di Urbano Cairo e di Ballando con le Stelle. Ma c’è un però. Lo scoop su SeeSicily, come sullo sporco affare di Cannes, non l’ha fatto “Buttanissima” ma “La Sicilia”, autorevole quotidiano di Catania. Che il Balilla, da politico catanese furbastro, bullo e anche un po’ vigliacchetto, non osa neppure nominare. Mai mettersi contro il giornale leader della propria città, insegnavano tanti anni fa le vecchie volpi democristiane.

Come tutti i magliari, il Balilla alza polveroni con argomenti che non c’entrano nulla: confonde la legittima attività ispettiva di un deputato con i complotti di chissà quale setta oscura o, addirittura, mafiosa; taccia di ignoranza chiunque gli muove una obiezione e minaccia fuoco e fiamma sugli organi di controllo che hanno puntualmente documentato sprechi e ruberie. Un delirio. Pensate che in un numero di avanspettacolo apparecchiato per lui da una tv locale ha persino risuscitato i terribili cugini Salvo, morti quarant’anni fa, e li ha trasformati nei registi occulti delle sue sventure. Fandonie, ovviamente. Fandonie laide, grossolane. Soprattutto volgari, come i “suca” che da assessore lanciava contro il green pass nei giorni della pandemia.

A giudicare dalle scemenze che va sciorinando a destra e manca, il Balilla non deve stare comunque tanto bene con se stesso. Timori? E probabile. Parla di SeeSicily e si agita oltre misura: sangue agli occhi e bava alla bocca. Dopo gli ardori e i furori del Turismo, comincia a somigliare, suo malgrado, a un leone sdentato: toothless, così gli americani chiamavano i boss in disarmo che tentavano comunque di sopravvivere a Brooklyn o nelle ville decadenti di Ocean Parkway. E non è un caso che i gerarchi superiori di Fratelli d’Italia lo abbiano ricoverato alla Camera dei deputati: perché così potrà godere dell’immunità parlamentare e non pagare pegno per tutte le nefandezze che va sbriciolando in giro al solo scopo di distogliere l’attenzione dalle sue responsabilità politiche e dalle sue grane giudiziarie.

Credeva, il suddetto Balilla, che dopo avere prezzolato e foraggiato per tre anni plotoni di pagnottisti non potesse più esserci un giornale libero e capace di scrivere un articolo sulle sue malefatte. Invece sono venute fuori le inchieste a tutta pagina di Mario Barresi, coraggioso inviato de La Sicilia e, dopo Barresi, i commenti indignati e sferzanti di Buttanissima. La circostanza lo ha sbarellato: non gli ha dato pace e non gli dà pace. Ed è per questo, presumibilmente, che cerca in ogni modo di zittirci, di delegittimarci, di tapparci la bocca. Urla, picchia, alza il tono dello scontro, si affanna, fa di tutto per mascariare e non smette di abbaiare. Ma chi crede più al suo teatrino sgangherato, alle sue piroette da attor comico un po’ suonato, ai suoi toni da federale alla Tognazzi, ai suoi assalti da toro bolso e scornato? Neanche i compagni di partito che conoscono bene i risvolti, melmosi e inquietanti, di SeeSicily. E forse neanche i suoi padrini romani che, dopo l’irruzione della Guardia di Finanza all’assessorato del Turismo, cominciano a sentire puzza di bruciato e già meditano su come tirare lentamente i remi in barca, perché non si sa mai.

Che lo scandalo di SeeSicily sia diventato, per la politica, un boccone indigesto si capisce dalle imbarazzate reazioni dell’assessore Elvira Amata, patriota sì ma costretta suo malgrado a gestire l’eredità non proprio limpida lasciata dal Balilla dopo anni di allegrissimo “spendi & spandi”: lei, poverina, ha cercato di mascherare il flop dicendo che, grazie ai milioni spesi in pubblicità, le presenze del 2022 sono aumentate del 120 per cento ma ha dimenticato di ricordare che nel 2020 e nel 2021 la gente era chiusa in casa per il Covid e non c’erano turisti in giro: né in Sicilia né a Roma né in nessun altro luogo del mondo. Passata la paura del contagio, sono usciti tutti a far festa e i pernottamenti sono raddoppiati ovunque, anche nelle Regioni che non avevano buttato i milioni al vento come il Balilla.

I mal di pancia della classe politica per gli imbrogli nascosti tra le pieghe di SeeSicily – da Cannes a Cannes, verrebbe da dire – è testimoniato anche dal silenzio, ostinato e impaurito, del presidente Renato Schifani, schiacciato tra la necessità di accendere un faro di verità su uno scandalo non proprio irrilevante e il bisogno di non disturbare i padroni del vapore, cioè Fratelli d’Italia, il partito che lo ha portato al vertice della Regione. E si capisce soprattutto dal balbettio di Nello Musumeci, il governatore che nella passata legislatura ha avallato da Palazzo d’Orleans tutte le scempiaggini e tutti gli azzardi del Balilla. Intervistato sul punto da Live Sicilia, se l’è cavata con un brodino di due righe che pretende di dire tutto ma non dice nulla: riesce solo ad alzare altra nebbia su quella, abbondantissima, sollevata già dall’intrepido Balilla. Ascoltatelo: “Sul Turismo gli obiettivi li fissa il governo ma li realizza la burocrazia”. Un magistrale esempio di deresponsabilizzazione politica. O, se volete, una timida presa di distanza da un barone rampante che si è fatto impresentabile e ingombrante anche per chi, avendogli lasciato briglia sciolta nei rapporti con i media, ha indirettamente favorito la sua vulcanica ascesa verso i piani alti del partito.

Musumeci è ora ministro della Repubblica. Batte la piazza di Roma e sa bene che dietro il Balilla c’è Francesco Lollobrigida, il potente cognato di Giorgia Meloni. Poteva mai andare oltre le tre parole di circostanza riportate da Live Sicilia? Meglio aspettare, se mai ci saranno, le conclusioni delle indagini già avviate dalla procura della Repubblica e dalla procura della Corte dei Conti. Il coraggio – si sa, non c’è bisogno che lo dica don Abbondio – chi non ce l’ha non se lo può dare.

Post scriptum. E’ successo tutto nel noiosissimo teatrino messogli a disposizione da una tv locale. Per spaventarci e ridurci al silenzio, il Balilla ha definito il direttore di questo giornale “amico dei mafiosi”. E per dare all’infamante insinuazione una parvenza di verità, ha fatto riferimento a una sentenza che, purtroppo per lui, non esiste. La sentenza non c’è per il semplice fatto che non c’è stato mai un processo. E il processo non poteva esserci perché, a carico del direttore, non c’è stata mai un’inchiesta, né un avviso di garanzia, né tantomeno un rinvio a giudizio. Nulla di nulla. Stavolta gli è scivolato il piede. Ci divertiremo. Oltre allo sporco affare di Cannes e allo scandalo di SeeSicily, da martedì il molto onorevole Balilla avrà un motivo in più per salire e scendere le scale dei palazzi di giustizia.

Alberto Paternò :

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