Il prologo c’è già. Lo ha recitato Schifani davanti ai giornalisti, e martedì lo vedremo messo in scena in Aula, quando il presidente della Regione proverà a respingere la mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni (ci riuscirà) e spiegare alla Sicilia perché – dopo avere cacciato i due assessori della Dc come appestati – adesso è pronto a farli rientrare dalla finestra (obiettivo più complicato). È il pendolo della disperazione: con oscillazioni violente, dettate da rapporti di forza che il governatore non controlla più.

Il primo movimento è arrivato venerdì, quando un breve incontro con Ignazio Abbate – il parlamentare modicano che in questi giorni tiene le redini di uno Scudocrociato travolto dalle inchieste – ha sbloccato le tre nomine sospese. Quelle stesse nomine che, fino a 48 ore prima, erano rimaste congelate in Giunta, come se la Dc fosse improvvisamente diventata un partito radioattivo. Valenza all’Iacp di Caltanissetta, Mangiacavallo al Consorzio universitario Empedocle, Ferrarello al Parco delle Madonie: tre caselle di sottogoverno che tornano alla Dc dopo il veto iniziale. La “tessera mancante”, come l’ha definita Schifani, è stata fissata. Ma non per magnanimità: per necessità.

La verità è che tutto nasce da un terremoto politico e giudiziario. A novembre, la procura ha acceso un faro su una serie di presunte pressioni e interferenze (dalla sanità ai Consorzi di bonifica) che hanno coinvolto direttamente l’ex governatore Totò Cuffaro e alcuni dirigenti vicini alla Dc. Un’inchiesta che ha travolto l’immagine del partito e costretto Schifani – in una reazione più simbolica che politica – a rimuovere in poche ore i due assessori cuffariani, Albano e Messina, come se bastasse “disinfestare” la Giunta per lavarsi la coscienza. Schifani ha avocato a sé le deleghe alla Famiglia e al Lavoro, ma anche quelle alla Funzione pubblica e agli Enti locali. Un lavoraccio.

Eppure, già l’11 novembre, poche ore dopo la cacciata, la Dc lasciava capire che la partita era tutt’altro che chiusa. Nella nota diramata dal gruppo parlamentare al termine di un incontro chiarificatori con lo stesso Schifani, il messaggio era già scritto in controluce: “Da parte del governatore, il gruppo ha riscontrato piena apertura e condivisione sui temi affrontati nell’incontro odierno, dimostrando grande vicinanza alle istanze rappresentate dai deputati. Prendiamo atto della piena disponibilità dimostrata dal governatore. Auspichiamo che lo stesso valuti positivamente la lealtà e la costante disponibilità che abbiamo dimostrato al governo, e che il percorso futuro possa esplicarsi nel rispetto reciproco dei propri ruoli istituzionali, rafforzando l’azione di governo a beneficio della Sicilia.”. Tradotto: l’incidente è grave, ma può essere assorbito. E soprattutto: non pensi il governatore di fare a meno di noi.

Tre settimane dopo, quella disponibilità si è trasformata in un ultimatum: senza un ripensamento su governo e sottogoverno, la Dc non avrebbe votato né la fiducia né la Finanziaria, che si appresta a varcare le porte di Sala d’Ercole. Altro che “costruttivi”: questa volta il partito di Cuffaro ha usato la leva che conosce meglio – i numeri in Aula. E Schifani – che si racconta come uno che “si arrabbia ma non porta rancore”, uno che vive “una vita tutta in salita”, come ha ripetuto ai cronisti – ha ceduto.

Può arrabbiarsi quanto vuole, può descrivere il proprio ruolo come una scalata quotidiana, ma non può permettersi che un pezzo della maggioranza lo lasci solo nella settimana più delicata dell’anno. E proprio lui, che ama raccontare la sua quotidianità da governatore come una prova di resistenza – “la vita del presidente della Regione non è una vita facile, non è una vita in discesa” – si ritrova oggi a scalare una montagna che non dipende dalle incombenze istituzionali, ma dai ricatti politici della sua stessa coalizione. E davanti all’ennesima pendenza imposta dagli alleati, ha dovuto piegarsi: “Io a volte mi arrabbio ma non porto rancore, come tutti ho pregi e difetti – ha aggiunto -. Così come ho sempre lanciato un appello al gruppo parlamentare della Dc perché fa parte di una squadra, mi è sembrato giusto rispettare gli impegni assunti. Tra l’altro ho visto anche che i nomi ricadevano su figure di indubbia professionalità”.

La verità è che l’accordo con Abbate e i suoi colleghi parlamentari è solo l’antipasto di ciò che Schifani dirà martedì in Aula: un’apertura totale alla Democrazia Cristiana, fino al punto di rimettere mano alla Giunta. Quelli che fino a ieri venivano trattati come untori – i due assessori messi fuori dall’Esecutivo dopo le ombre giudiziarie sul sistema-partito (mica su di loro: sia Albano che Messina non sono indagati) – sono destinati a rientrare. Forse non subito, forse con qualche accorgimento cosmetico, ma il concetto è già stato metabolizzato: serve ricucire, serve tenere a bordo tutti, serve arrivare vivi alla fine dell’anno.

In questo quadro surreale, in cui il governo regionale si muove a colpi di stop and go, resta ancora in sospeso la nomina di Maria Pia Castiglione al Consorzio universitario di Trapani, indicata da Noi moderati (altro partito finito nel tritacarne delle procure), e soprattutto quella di Alberto Firenze alla guida dell’Asp di Palermo, un tassello che pesa il doppio di tutti gli altri (la sede dell’Asp è vacante dall’addio di Daniela Faraoni, lo scorso gennaio). Ma sono dettagli: la partita vera si gioca sulla tenuta politica di Schifani.

Martedì il presidente entrerà in Aula e spiegherà che la sua è “una vita in salita”. Ed è vero: perché i suoi alleati lo costringono, ogni volta, a salire la stessa montagna. E lui – puntualmente, inesorabilmente – sceglie la cosa che gli riesce meglio: cedere. E’ successo più volte con Fratelli d’Italia, ora accade con gli orfani di Cuffaro.