Confesso un piccolo imbarazzo: mi trovo nella singolare condizione di dover votare Sì a un referendum che nemmeno chi l’ha voluto sembra particolarmente ansioso di vincere. È una sensazione bizzarra, come essere invitati a una festa in cui il padrone di casa si è già ritirato nelle sue stanze lasciando gli ospiti a sbrigarsela da soli con il buffet.

Giorgia Meloni, è noto, ha stabilito che non commetterà “l’errore di Renzi”. Non politicizzerà il referendum. Lodevole proposito. Nel frattempo, dall’altra parte, quella del No, fervono i preparativi come alla vigilia dello sbarco in Normandia. E si politicizza ogni cosa. Gherardo Colombo calca gli oratori delle parrocchie con la regolarità di un predicatore metodista. Armando Spataro sforna volumi sulle ragioni del No. Persino le diocesi invitano discretamente i fedeli a meditare sul valore del No.

E nelle scuole occupate di Milano, proprio in questi giorni, si fa il pieno di convegni sulla riforma costituzionale – per il No ovviamente – con una frequenza che farebbe invidia a una compagnia teatrale in tournée. Il centrodestra, dal canto suo, ha schierato in campo il valoroso Sallusti e il professor Zanon, armati di podcast. Una scelta certamente moderna, indubbiamente al passo coi tempi. Peccato che i podcast, per quanto raffinati, abbiano quella peculiarità di raggiungere principalmente chi li cerca.

Quanto al ministro Carlo Nordio, si registra un’assenza dalle antenne televisive che avrebbe dell’ammirevole, se non fosse che in una campagna referendaria l’ammirevole assenza si traduce spesso in preoccupante invisibilità. In televisione, infatti, basta accenderla cinque minuti: il martellamento è tale che persino chi fosse fermamente convinto di votare Sì potrebbe trovarsi, dopo una serata davanti allo schermo, assalito da dubbi più tormentosi di quelli di Amleto davanti al teschio di Yorick.

E insomma, mentre l’opposizione organizza convegni nelle università e popola i talk-show televisivi, il fronte del Sì oppone una resistenza che ricorda più l’arte della latitanza che quella della presenza militante. Il risultato è che, mentre l’elettore di centrosinistra – quello sì mobilitatissimo, infervorato, pronto alla barricata – tratta il referendum come un plebiscito su Giorgia Meloni, l’elettore di centrodestra si comporta come se dovesse emendare il Codice Napoleonico. Riflette. Spacca il capello in quattro. O se ne infischia del tutto e, invece di andare a votare, andrà a mangiare la pizza. Continua su ilfoglio.it