Il progetto di Agrigento Capitale italiana della cultura era previsto durasse fino al 2028 ad opera della Fondazione di partecipazione che, se mai nata, cesserà formalmente di esistere il prossimo giugno.
Era sorta con grandi ambizioni. Non ha trovato né ha cercato partecipazioni, ha vivacchiato tra polemiche e irrisioni, chiude non lasciando di sé traccia alcuna.
Dal 2024 ha ottenuto consistenti finanziamenti dallo Stato e dalla Regione e li ha sciupati tra eventi che poco o nulla hanno avuto a che fare con la cultura, come il concerto del “Volo” costato un botto e da Mediaset venduto a tutto il mondo ed altri, anche di valore, rimasti ignorati dai mezzi di comunicazione e disertati dai visitatori.
La Fondazione ha pasticciato sulla gestione delle risorse, richiamando l’attenzione della Corte dei conti, ha proceduto in modo approssimativo e maldestro, inanellando una serie di figuracce, talora perfino grottesche, ha arrecato un notevole danno d’immagine alla città e palesato l’inadeguatezza dei propri dirigenti e dei politici che li avevano scelti.
Nel fallimento è stato coinvolto il presidente della Regione che ha avocato a sé la gestione di Capitale 2025 senza riuscire a modificarne il percorso.
E così ciò che avrebbe dovuto essere un’opportunità si è palesato un danno, uno spreco, una manifestazione di inettitudine.
Di tutto ciò non sarebbe neppure il caso di tornare a parlare. Tuttavia, con il carico di questi risultati, gli stessi partiti che li hanno provocati e molti di quelli che se li sono direttamente intestati, tranne il sindaco, tanto ingenuo quanto inadatto al ruolo, che paga per tutti con l’estromissione dalla ricandidatura, si predispongono a chiedere i voti per continuare ad amministrare la città.
E li troveranno, senza particolare sforzo. Avranno vita facile anche con un probabile candidato di appena ottant’anni, antico reperto del potere locale. Perché non esiste opposizione, ridotta a puntare su un ex Cinque stelle approdato, per incontenibile attrazione populista, al movimento di La Vardera.
Il Partito democratico, da parte sua, che proprio ad Agrigento ha gli unici due parlamentari della Sicilia occidentale, uno dei quali è tra i collaboratori più stretti di Schlein, stenta perfino a comporre la lista per il Consiglio comunale.
Per coprire l’irrilevanza e la fragilità i due parlamentari si accodano a La Vardera. Dovrebbero rappresentare la maggiore forza di opposizione, l’alternativa alla destra ma ad Agrigento, come e più che altrove in Sicilia, il loro partito da anni resta fuori dalla politica e continuerà a restarlo.
Peraltro, non passando la loro riconferma per il consenso elettorale, perché avrebbero dovuto sciupare il tempo ad intessere rapporti con la comunità, per recuperare presenza e ruolo?
E poi? E poi ci sono gli agrigentini, con una consolidata tradizione di destra, sempre pronti a dire peste e corna di chi amministra e poi nella cabina elettorale a resettare la memoria, cancellare i risentimenti, dimenticare i giudizi negativi e confermare quelli che hanno ricoperto di improperi.
Siamo fatti così, gli agrigentini. Il nostro consenso non è rapportato necessariamente al risultato, al merito di chi lo chiede. Segue percorsi propri, apparentemente incoerenti e ciò che è successo con Capitale della cultura, le polemiche, le irrisioni, se pure qualcuno in campagna elettorale le imputerà a chi è stato alla guida di Agrigento e si ripresenta per la riconferma, avranno scarso peso sul risultato finale.
Un tempo, quando lo scontro ideologico stabilizzava gli schieramenti e l’utilizzo clientelare del potere incrementava il consenso, la Democrazia cristiana prendeva molti voti e tuttavia le forze di opposizione, i comunisti in testa, trovavano spazio ed esercitavano la loro funzione di controllo e di stimolo.
Oggi il clientelismo rimane, accompagnato non da chiusure dottrinarie ma dalla separatezza sempre più evidente tra politica e cittadini.
Cosa volete che conti l’esito di Capitale della cultura e più in generale il modo di governare la città per quel meno del 50% di elettori che si recherà alle urne, disincantato, sfiduciato, in parte orientato da rapporti di potere, da un intreccio che in quella città è stato costruito negli anni e resiste immutato, anche con gli stessi protagonisti? Litigano, si scontrano, si insultano e al dunque stanno insieme in un mondo separato, sconosciuto e ignorato dai più, dai giovani in particolare, come dentro un fortilizio inattaccabile e invisibile, giusto simile a quello del Deserto dei Tartari.
A prova di una polverosa stabilità, dagli anni ’80 resta intatto il potere di un deputato regionale più volte assessore che con Fratelli d’Italia e Forza Italia spartisce tutto, non lasciando spazio neppure all’indignazione che del resto nasce e muore in smozzicate, ripetute, sterili espressioni verbali.
Chiude la Fondazione di partecipazione alla quale nessuno ha mai partecipato.
Continuano a proporsi per il controllo della città quelli che hanno affossato e ridicolizzato un evento che avrebbe dovuto lasciare tracce durature e consistenti nel campo della cultura come strumento permanente di crescita civile ed economica.
Alla fine ad Agrigento tutto si tiene, eletti ed elettori, facce della stessa medaglia. Ma a questi ultimi va riconosciuta almeno un’attenuante. Non trovano alternative e alla fine megliu lu tintu canusciuti quando lu bonu a canusciri non esiste.
Tirata finale di sapore qualunquista. Componendo, come si usava dire, il piccolo con il grande, se il mondo, in parte anche con il voto dei cittadini, è in mano a inqualificabili personaggi, proprio ad Agrigento dobbiamo cercare il pelo nell’uovo?


