Tra Putin e la Rai. La parabola dell’opinionista Orsini

Non sei allineato sul fronte del “pensiero unico”? Diventi “pifferaio di Putin”. Colpito e affondato. Non importa se l‘analisi geopolitica è il tuo mestiere.

A essere impallinato stavolta è il soldato Orsini, nonostante un curriculum esemplare da professore e non solo, tre pagine fitte fitte pubblicate dalla sua università, la Luiss di Roma, dipartimento di Scienze Politiche.

Silurato, il sociologo e saggista Alessandro Orsini, sul campo di battaglia finora più vicino, la guerra in Ucraina già apparecchiata sul piccolo schermo. Era stato ingaggiato da Cartabianca, talk show di Bianca Berlinguer su RaiTre, per partecipare in studio a sei puntate, compenso circa duemila euro a trasmissione. Neppure tanto, al confronto di quanto è stato elargito ai virologi in due anni di epidemia che per la stessa cifra garantivano non più di dieci minuti di collegamento via Skype.

Ma le analisi del professore, “eretiche” rispetto alle strategie ufficiali adottate dall’Italia e dalla Ue nel conflitto Russia-Ucraina, hanno attirato su di lui non poche antipatie politiche, soprattutto dalle parti del Partito Democratico. Un crescendo dall’invasione russa dell’Ucraina in poi. Avrà tirato troppo la corda, il professore, con quella che lui stesso ha definito “contro-narrazione”, riversata a spiovere su giornali e tv? Il sistema dei media “embedded” nella cuccia del potere lo ha ricambiato con un crescendo di gogna, fino a inserirlo nel caravanserraglio del circo televisivo tra nani, pagliacci e ballerine. E perché mai la presidenza del consiglio dei ministri avrebbe molto più che raddoppiato i fondi destinati all’editoria negli ultimi due anni, sulla base del racconto della pandemia?  Certo, ogni medaglia ha il suo rovescio. La narrazione a senso unico o, come si dice ora, mainstream sta dando la mazzata finale ai giornali che perdono copie e spettatori ogni giorno di più.

Ma per tornare alla parabola del soldato Orsini, la Rai ha rescisso il contratto, anche se il professore si è dichiarato disponibile a partecipare alle trasmissioni senza alcun compenso. Che poi fare di un “dissidente”, o pseudo tale, un martire della libertà è una sonora sciocchezza. Che manco i bambini delle elementari. Da analfabeti della politica e non solo. O da “grandi dittatori” alla Charlie Chaplin. Perché significa garantire alla vittima, o pseudo tale, un posto al sole a vita.

Aveva cominciato l’accademia, la lungimirante accademia d’Italia, a prendere le distanze sull’onda delle polemiche giornalistiche. La Luiss aveva ricordato al suo docente – fondatore e direttore presso la stessa prestigiosa università dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale e dell’omonimo giornale on line, “primo quotidiano in Italia dedicato alla politica internazionale” – che “chi ha responsabilità di centri d’eccellenza deve attenersi scrupolosamente al rigore scientifico dei fatti”.

Perché Orsini nelle sue uscite mediatiche ha sempre condannato l’invasione di Putin, si è schierato con l’Ucraina, e questo va bene. Ma, sapendone più degli altri, ha debordato. Forse colto, anche lui, dalla sindrome da primo della classe. E ha condito sempre l’analisi intorno agli attori con voce in capitolo nella crisi con il ruolo assunto dall’Unione Europea, mai toccato dall’informazione mainstream. Addirittura è arrivato a chiedersi in tv: “E’ possibile che la Ue sia un’organizzazione politicamente fallita?”

La reprimenda della Luiss contro Orsini cadeva negli stessi giorni in cui l’Università Bicocca di Milano, in preda a un attacco di “cancel culture”, aveva deciso di ostracizzare, in quanto russo, il sommo scrittore dell’Ottocento Dostoevskij. Che, poi, per ironia della sorte, si percepiva come un epigono di Gogol, ucraino di nascita. Proprio Dostoevskij che amava ripetere: “Siamo tutti usciti da Il cappotto di Gogol”, con riferimento a uno dei più bei “Racconti di Pietroburgo” scritti da Gogol.

A “Piazzapulita”, la trasmissione di Corrado Formigli su La7 che gli ha offerto campo televisivo subito dopo il diniego della Rai, il professore Orsini ha denunciato, più che gli attacchi diffamatori o irridenti, la censura delle idee, “una nuova forma di totalitarismo”. Dilagante. E poi: “Sono un uomo di sinistra. Schifato. Perché penso ai valori in cui ho creduto, agli ideali per cui mi sono battuto. E vedo parlamentari che mi vogliono censurare. Proprio quelli che sostengono di provenire dalla mia stessa storia”.

Già in un’altra occasione televisiva Alessandro Orsini aveva rilevato la notte della democrazia, propriamente della “democrazia liberale italiana”. Per la necessità di dovere anteporre “in premessa” affermazioni considerate “politicamente corrette”. Senza potere esprimere altrimenti un discorso sfaccettato come la realtà, articolato da più punti di vista, magari fuori dal coro. Una sorta di “introibo ad altare Dei” rituale. In cui senza soluzione di continuità la formula: “Premesso che sono vaccinato” è stata sostituita dalla nuova massima: “Premesso che condanno senza se e senza ma l’invasione russa dell’Ucraina”.

Chi non lo fa, e non lo ripete ogni volta, sempre, rischia di essere tacciato di putinismo. Che significa collaborazionismo col nemico dell’Ucraina e anche nostro, disfattismo, “viltà”, come ha detto Draghi in Parlamento. E magari non è mai neppure stato in Russia, pur avendo viaggiato per il mondo, come ha dichiarato Orsini.

In questo paese manicheo, di guelfi e ghibellini, chi non specifica in premessa diventa, suo malgrado, uno uscito dal cappottone di Putin, quello da 12mila euro che tanto ha scandalizzato i nostri autorevoli opinionisti per “la follia del capitalismo e l’interdipendenza del mercato globale”. Altro che “Il cappotto” di Gogol che almeno tramandava letteratura.

Con queste premesse, è il caso di dire, il professore Orsini è diventato capro espiatorio. E può essere che talvolta in tv risulti esuberante e stralunato come un Don Chisciotte che combatte contro i mulini al vento. Oppure, visto che non siamo in Spagna ma in Italia, contro i consolidati muri di gomma del potere.

Comunque sia, è diventato simbolo di tutti i putinisti d’Italia. Che non si sa quanti sono. L’identikit non è stato ancora tracciato. La “cabina di regia” non ha diramato le linee guida, le caratteristiche intrinseche, come è stato fatto con quegli ignoranti dei no wax, disoccupati e con disagio abitativo. Però i sondaggi più recenti dicono che solo il 33 per cento degli italiani è d’accordo con Draghi sull’invio di armi e aiuti militari alla resistenza ucraina. E neanche l’aumento della spesa militare al 2 per cento del Pil trova tutti concordi. Neppure in Parlamento. Dove si galleggia a colpi di fiducia.

Ma se gli studi di Orsini sono riportati anche sul sito del Governo italiano alla voce “Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica a protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici ed industriali dell’Italia”, si vede che almeno al tempo di Minniti era considerato un ricercatore affidabile. Uno pagato per pensare interrogarsi, capire e spiegare, cioè semplificare. Che sono attività desuete. Ma Orsini le ha fatte anche per gli Stati Uniti; “un paese che amo perché lì mi sono formato, il paese di cui vorrei imitare la mentalità”, dice. Specificando che gli Stati Uniti sanno pensare ai loro interessi, a salvaguardare la loro popolazione, a proteggere il loro territorio.

Orsini è Research Affiliate dal 2011 presso il prestigioso Mit, Massachusets Institute of Technology. Invitato di continuo a presentare i suoi studi nelle migliori università americane. Ma anche a Madrid, in Turchia, Francia, Inghilterra, Ungheria, Lituania.

I guai (o forse le fortune) arrivano quando il professore prova a fare sintesi anche nei patri studi tv. Scatenando controversie. Anche se lui riferisce fatti avvenuti e verificabili, mai raccontati in Italia. Basta guardare i video in rete.

Per esempio, sempre a “Piazzapulita”, giorni fa, Orsini ha esposto le più recenti operazioni Nato in Ucraina. “Tre gigantesche esercitazioni militari con scenari di guerra. La prima nel giugno 2021, chiamata Brezza marina, che ha coinvolto 32 Paesi. Hanno invitato anche l’Australia che tecnicamente non fa parte della Nato, ma è come se ne facesse parte. La seconda nel luglio 2021, chiamata Tre spade. La terza nel settembre 2021, chiamata Tridente rapido”. In più aggiunge che nel settembre 2021 Putin stava per sparare su navi Nato, e ha detto: “Fermatevi, state portando questa situazione a un punto di collasso”.

Si chiede, Orsini, in tv: “Dove era Ursula Von der Leyen quando succedeva questo?” La memoria ineffabile di internet conserva anche un’audizione del professore Orsini al Senato della Repubblica il 4 dicembre 2018.

Si parla anche della Georgia che ha una situazione geopolitica “speculare” all’Ucraina. Ma diventa un’altra storia. O forse un’altra guerra.

Maria Pia Farinella :

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