Nel subbuglio che investe il governo della Regione – tra l’emergenza per il ciclone Harry e l’esigenza di colmare il vuoto di due assessorati (per non dire quattro) – la notizia, paradossalmente, è la Lega. O meglio: il fatto che, mentre tutti parlano, chiedono, reclamano, il Carroccio se ne stia in silenzio. Una posizione sui generis, specie dopo le fibrillazioni fra il governatore siciliano e il ministro Matteo Salvini, sfociate nel duro confronto sulla nomina di Annalisa Tardino alla guida dell’Autorità portuale di Palermo.
Eppure è così: la Lega, al momento, non effettua alcuna manovra di disturbo. Mentre attorno al governo di Renato Schifani si è ormai aperto un vero e proprio mercato politico, dove ciascun partito della maggioranza espone la propria merce, agita le proprie necessità, prova a monetizzare l’attesa. Non è una crisi formale, ma una trattativa permanente, fatta di messaggi pubblici, pressioni private e ultimatum più o meno mascherati.
A muoversi per prima è stata Fratelli d’Italia. Il partito della premier non fa mistero di considerare insufficiente il proprio peso nell’esecutivo regionale e punta dritto alla Sanità, in attesa di capire quale sarà l’epilogo della vicenda che riguarda l’assessore al Turismo, Elvira Amata (con un piede fuori, in attesa che il Gup si pronunci sull’eventuale rinvio a giudizio). Non è una richiesta simbolica, ma una rivendicazione di potere pieno, resa ancora più esplicita dopo la Caporetto dell’Ars del 9 ottobre scorso, quando molti patrioti esternarono la propria rabbia per la nomina di Iacolino alla Pianificazione strategica, indossando le vesti dei franchi tiratori e mandando in frantumi la manovra-quater. Le condizioni poste per “ripartire” sono note: riequilibrare la giunta e ridisegnare i centri decisionali.
Poi c’è Forza Italia, che vive una fase di nervosismo interno e guarda al congresso come a una possibile resa dei conti. Qui la richiesta è meno ambiziosa ma altrettanto politica: uno strapuntino in giunta, una casella da spendere come prova che il partito conta ancora qualcosa – a dispetto dei “tecnici” – nell’era schifaniana. In cambio, una tregua. Temporanea, s’intende.
Subito dopo si riaffaccia la Democrazia Cristiana, che non si sente affatto defunta nonostante la parabola di Totò Cuffaro (ai domiciliari). Convoca il congresso regionale, azzera le cariche e prova a rilegittimarsi. Soprattutto, manda segnali chiarissimi al governo. Il segretario Stefano Cirillo (anch’egli sospeso) non gira intorno alla questione quando parla di «aperture significative che auspichiamo possano tradursi in risultati concreti» e rivendica una nuova fase politica che passa, guarda caso, proprio dal rapporto con la maggioranza che governa la Regione. Infine c’è il Mpa – Grande Sicilia, che non alza i toni ma osserva con attenzione. Sa che ogni equilibrio che si rompe può liberare una casella. E in questa attesa prolungata coltiva l’idea di rientrare in gioco con un secondo assessore.
In questo bazar permanente, dove ciascuno espone la propria inquietudine, c’è però un banco vuoto. Ed è quello della Lega. Nessuna richiesta. Nessuna dichiarazione polemica. Nessuna rivendicazione. Il Carroccio sta fermo. E non perché sia irrilevante, ma perché semplicemente non ne ha bisogno. Tiene una condotta differente. Il messaggio passa altrove, per bocca del segretario regionale Nino Germanà, che mentre gli alleati battono cassa rivendica solidità:
«La Lega cresce in Sicilia con un incremento di iscritti mai registrato prima. Abbiamo un numero di tessere di militanti mai raggiunto in precedenza, ben 537. Questo significa che il nostro partito ormai è radicato e consolidato in ogni parte della Sicilia».
A rendere possibile questa postura è la centralità del vicepresidente Luca Sammartino, fedelissimo di Schifani e perno dell’equilibrio di governo. L’assessore all’Agricoltura, a cui è stata affidata anche la delega – problematica – dei rapporti con il Parlamento, e che risulterebbe avere un forte ascendente sull’assessore alla Salute (il figlio della Faraoni è commissario della Lega a Caltanissetta), dal suo rientro in giunta non ha avuto vita facile. Ha dovuto sopportare la bocciatura della riforma dei Consorzi di Bonifica; resistere ai tentativi di Fratelli d’Italia di “sgonfiarne” le iniziative; convivere con la sua posizione di imputato, nell’ambito del procedimento Pandora, per corruzione e altri reati.
Sammartino ha attraversato senza scosse anche i momenti più delicati, a cominciare dallo scontro tra il governatore e Matteo Salvini sulla nomina di Tardino all’Autorità portuale di Palermo. Vicenda sulla quale ha ritenuto di non doversi esprimere, per non fare dispetto né all’uno né all’altro. Eppure era stato proprio Salvini, solo pochi mesi fa, a suggerire che anche in Sicilia la Lega avrebbe potuto alzare il livello di guardia: «Nella mia Lombardia se Fratelli d’Italia avrà un candidato all’altezza, sarò ben felice di accogliere la loro proposta. Così come noi in Sicilia qualche suggerimento da dare lo avremo».
La Lega ha scelto di diventare mansueta proprio mentre gli altri agitano le acque. Una scelta che Renato Schifani ha compreso e ricambiato, smussando i contrasti sull’Autorità portuale e disinnescando il fronte polemico con Salvini. Un patto non scritto, ma evidente: lealtà in cambio di stabilità. In una maggioranza dove tutti parlano, chiedono e pretendono, la Lega ha scelto di non essere un problema. E in questa fase, non esserlo è la forma più efficace di potere.


