La Finanziaria a passo di lumaca, il Natale bussa, la maggioranza è in frantumi, così l’orizzonte del governo slitta: a gennaio. Schifani l’attende come fanno i bambini con Santa Claus (o gli agrigentini l’acqua), anche se le cambiali cominciano ad essere tante. Nel corso del momento più alto di questo dicembre, che ha segnato la riappacificazione con Annalisa Tardino (commissario dell’Autorità portuale di Palermo), il presidente ha calendarizzato i propri obiettivi.

La prima cosa da fare a gennaio, dopo vacanze e panettoni annessi, è la riforma del “voto segreto”. Non si parla più di abolizione, ed è già qualcosa: “Il primo atto parlamentare di modifica regolamentare che il Governo presenterà a gennaio, in accordo con il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno – ha garantito Schifani – sarà un articolo dove si individua l’esercizio del voto segreto riconducendolo ai principi che caratterizzano questa esigenza nel regolamento della Camera o del Senato, cioè motivi di coscienza, e della libertà personale”. “Passerà? Non lo so, ma è mio dovere farlo – aggiunge il governatore -. Io la presenterò, si potrebbe verificare il caso pirandelliano che la legge sul voto segreto non passi perché bocciata dal voto segreto. Ma è giusto che la politica si assuma le proprie responsabilità”, conclude.

Tra le responsabilità future del presidente, al netto dell’inaugurazione di una stagione riformista (la prima legge sul tavolo riguarda la dirigenza, poi toccherà ai forestali), c’è invece quella del rimpasto. Gliel’ha chiesto persino Cardinale, lo spirito-guida dell’assessore Tamajo. Il “colpo d’ala” potrebbe andare oltre i due assessorati della DC e magari occuparsi di redistribuire i pesi fra i partiti: Forza Italia aspira a “riconquistare” le caselle dell’Economia e della Salute, in mano a due tecnici; il Mpa di Lombardo a pareggiare il peso politico di Lega e Democrazia Cristiana.

Ma quello della DC è un capitolo a parte: i sette parlamentari orfani di Cuffaro – compreso Pace, anch’egli coinvolto nell’inchiesta per corruzione della Procura di Palermo – hanno promesso lealtà fino all’approvazione del bilancio. Ma poi vorranno risposte: a cominciare dal reintegro in giunta di Andrea Messina e Nuccia Albano. I due assessori senza macchia, trattati come due appestati, sono stati allontanati dall’esecutivo (l’uno dagli Enti locali, l’altra dal Lavoro e dalla Famiglia) dopo le note vicende riguardanti Cuffaro. Dovessero rimanere fuori, il partito valuterebbe di lasciare una volta per tutte la coalizione di centrodestra e, magari, approdare nell’intergruppo parlamentare promesso da Cateno De Luca. Quello che porterà a un “governo di liberazione” (da Schifani e dal centrodestra). Per scoprire le carte in tavole bisogna, ovviamente, attendere gennaio e l’esito della manovra.

Che poi gennaio è cruciale per altri motivi: la pronuncia dei magistrati che dovranno decidere sul processo a Galvagno e Amata (l’assessore al Turismo, al momento, rimane solidamente al timone di via Notarbartolo); la svolta nelle nomine della sanità (Alberto Firenze attende il decreto per insediarsi all’Asp di Palermo, alla Pianificazione strategica dovrebbe saltare Iacolino); la pronuncia del Tar sul ricorso presentato dalla Regione contro la nomina di Annalisa Tardino ai vertici dell’Autorità portuale della Sicilia occidentale.

Ecco, appunto: Schifani si è presentato al cospetto della leghista ch’è stato Salvini a scegliere e calare dall’alto, in sostituzione di Pasqualino Monti. Il governatore ci ha tenuto a precisare che “noi abbiamo espresso delle perplessità sul profilo dei titoli per ricoprire il ruolo di presidente. Io conoscevo già l’avvocato Tardino e la stimavo prima ancora di questo incarico, avevamo un ottimo rapporto”. Inoltre, “dobbiamo scindere le cose, devo dire che comunque sta dando prova di impegno, ce la sta mettendo tutta e questo è un dato di fatto, il tempo vedrà”, ha concluso. Ma c’è sempre una sentenza di mezzo.

A gennaio, inoltre, torneranno, all’Ars, tre collegati con le norme ordinamentali che il presidente dell’Assemblea ha stralciato dalla Legge di Stabilità, ma anche con le misure “territoriali” scartate per evitare il fuoco dei franchi tiratori. La cura dimagrante imposta dall’atteggiamento delle opposizioni – ostruzionismo – avrà l’effetto di (ri)aprire (a gennaio, va da sé), la caccia al bottino grosso. Coi deputati pronti a fare la gara per spartirsi la fetta migliore della torta. L’approvazione di una seconda mini Finanziaria avrà inevitabilmente dei riflessi sugli equilibri del governo e della coalizione, e finirebbe per condizionare le scelte che il presidente ha già rimandato più volte, a cominciare dal rimpasto. A quel punto, scatterebbe il piano-B: arrivederci a febbraio.