Il 15 maggio la Regione siciliana compirà ottant’anni. Li festeggerà in uno dei suoi luoghi simbolo più suggestivi, il Castello Utveggio, appollaiato su Monte Pellegrino come una sentinella che guarda Palermo dall’alto. I saloni tirati a lucido, gli ospiti giusti. Tra questi, naturalmente, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la cui presenza viene data per probabile ma non ancora certa. Ed è giusto che sia così: il Quirinale pesa ogni appuntamento con sobrietà istituzionale, soprattutto quando si tratta di celebrazioni che hanno anche un inevitabile risvolto politico.
Quello del prossimo maggio, infatti, è una ricorrenza che porta con sé una domanda scomoda: cosa resta, oggi, dell’autonomia siciliana? Lo Statuto nacque nel 1946 con un’ambizione enorme: disinnescare le spinte separatiste, colmare il divario con il resto del Paese, costruire una Regione capace di governarsi da sola. Ottant’anni dopo, il bilancio è meno solenne della scenografia che si prepara a Utveggio. Più che un modello, infatti, l’autonomia appare spesso come un contenitore svuotato, piegato a logiche che con l’autogoverno hanno poco a che fare.
A dirlo, prima delle inchieste, sono i numeri e il funzionamento stesso delle istituzioni. L’Assemblea regionale fatica a produrre riforme strutturali, procede per interventi emergenziali e coltiva micro-interessi. Le grandi questioni – sviluppo, sanità, infrastrutture – restano sullo sfondo, mentre il baricentro dell’azione politica si sposta sempre più verso la gestione delle risorse e la distribuzione. È in questo slittamento che l’autonomia si è progressivamente deformata: oggi il confine tra amministrazione e interesse privato diventa inevitabilmente più fragile.
Il paradosso è che proprio il luogo scelto per celebrare questa storia è finito, nelle ultime settimane, dentro una polemica sollevata dal quotidiano d’informazione Sud Press. Il “caso” Scaglione – con due video istituzionali realizzati per raccontare la riapertura del Castello, lo scorso novembre – è una perfetta miniatura del sistema: sei minuti complessivi di immagini, costati 8.748 euro. Più di 1.400 euro al minuto. Tutto pagato dalla Regione. Non è uno scandalo epocale. È qualcosa di più insidioso: la normalità.
Negli ultimi mesi le cronache giudiziarie hanno costruito un mosaico che attraversa politica e amministrazione. Il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno alle prese con un processo per corruzione impropria, falso e peculato: il suo cerchio magico avrebbe raccattato “utilità” in cambio di promesse di finanziamento. L’assessora al Turismo Elvira Amata è dentro lo stesso perimetro investigativo (e attende di conoscere, il prossimo 20 aprile, la decisione su un eventuale rinvio a giudizio da parte del Gup). Il vicepresidente Luca Sammartino coinvolto in un procedimento per corruzione elettorale. Totò Cuffaro di nuovo travolto da un’inchiesta. E ancora, il caso più recente di Michele Mancuso, finito ai domiciliari mentre il suo nome circolava per un posto in giunta.
Sul versante della burocrazia, la vicenda di Salvatore Iacolino – manager della sanità indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione – racconta qualcosa di ancora più profondo: il punto in cui l’amministrazione smette di essere argine e diventa terreno di scambio, se non addirittura di infiltrazione criminale.
E mentre tutto questo accade, l’Assemblea regionale siciliana continua a muoversi come se vivesse in una realtà parallela. Discute di terzi mandati per i sindaci dei piccoli comuni, si impallina da sola con il voto segreto, rincorre riforme regolamentari mentre fuori si accumulano crisi economiche, emergenze ambientali e inchieste giudiziarie. Così il cuore dell’autonomia smette di battere, lentamente.
Vito Riggio, su queste colonne, ha scritto che l’autonomia siciliana “si è consumata nel tempo”, diventando “scarsa a denari, lenta nello spendere, priva di grandi riferimenti culturali”. È una fotografia severa, ma difficilmente contestabile. Perché il problema non è solo la corruzione – che pure pesa – ma l’idea stessa di autonomia che si è trasformata: da strumento per governare a meccanismo per distribuire.
E allora la festa di Utveggio rischia di somigliare a una celebrazione in cui nessuno avrà il coraggio di raccontare davvero come stanno le cose. Il punto non è processare lo Statuto (che sulla carta resta una grande intuizione), ma tutto quello che ci abbiamo costruito sopra. Perché oggi l’autonomia somiglia più a una cornice vuota che a uno strumento di governo. Dentro ci stanno una politica che fatica a tenere la linea, una burocrazia che si piega troppo spesso a interessi privati, e una sequenza di vicende che non possono più essere archiviate come coincidenze.
Schifani non può limitarsi a fare gli onori di casa. Il presidente è il primo prigioniero degli scandali altrui. Deve decidere se questa è l’ennesima celebrazione o se è il momento di dire, semplicemente, come stanno le cose. Senza retorica. Dopo ottant’anni il problema non è festeggiare l’autonomia, ma capire se esiste ancora.


