“La frana è pienamente attiva e la situazione è critica”. Lo ha detto il capo del dipartimento della Protezione civile nazionale Fabio Ciciliano, arrivato a Niscemi per fare il punto della situazione con le autorità locali. “Io stesso ho verificato e accertato con il mio telefono durante un sopralluogo – ha aggiunto – Ci sono abitazioni che non potranno essere più recuperate e bisognerà definire un piano per la delocalizzazione definitiva di chi ci viveva”. “L’intera collina sta crollando sulla piana di Gela – ha aggiunto Ciciliano – Abbiamo fatto un primo sopralluogo con la componente scientifica del centro di competenza del Dipartimento della Protezione civile, il professore Nicola Casagli, che ha messo in evidenza non solo quello che è visibile ma che in realtà è l’intera collina che sta scendendo verso la piana di Gela”.
Nella cittadina del Nisseno, di circa 25 mila abitanti, interi quartieri sono stati evacuati. Circa 1500 persone non torneranno più a casa. Ma Schifani – oggi in visita nelle zone del disastro – sembra avere la idee chiare: «A Niscemi abbiamo un problema sociale, che dobbiamo affrontare garantendo una soluzione abitativa alle famiglie che non potranno più tornare nelle proprie case. Dobbiamo dare un futuro a questa comunità gravemente ferita. È una situazione di crisi dinamica, in evoluzione. Come Regione Siciliana stiamo facendo la nostra parte. Durante la riunione abbiamo analizzato vari aspetti della situazione, assicurando l’assistenza sanitaria, sollecitando il ripristino dell’erogazione del gas metano in paese e facendo in modo che i ragazzi possano continuare a frequentare regolarmente le lezioni scolastiche. Sul fronte abitativo, ci stiamo facendo carico di realizzare un programma di ricollocazione delle famiglie rimaste senza casa, alcune in alloggi già esistenti, altre in immobili di nuova edilizia. Questo è l’impegno della Regione».
Anche Elly Schlein, segretaria nazionale del Pd, si è recata a Niscemi per verificare lo stato dell’arte: “Il nostro pensiero e la nostra vicinanza va a tutti i territori colpiti in questi ultimi giorni dal ciclone Harry: i siciliani, i calabresi, i sardi. Ci sono 2 miliardi di danni, è insufficiente la cifra di 100 milioni che è stata stanziata ieri. Chiediamo di trovare tutte le risorse che servono per dare risposte immediate a questi territori. Abbiamo proposto noi stessi che venisse immediatamente dirottato 1 miliardo che era stato messo sul progetto del Ponte ma che non potrà essere utilizzato nel 2026 per il blocco della Corte dei conti e di metterlo immediatamente a disposizione per dare risposte ai territori che sono stati colpiti”. “Naturalmente, siamo pronti come Partito democratico a fare la nostra parte per far avere tutto il supporto necessario a questo territorio – ha proseguito Schlein – Chiedendo che la situazione di Niscemi sia trattata nella sua specificità”.
I segnali d’allarme di quasi trent’anni fa non sono stati colti fino in fondo: il 12 ottobre 1997, poco prima delle 14, a Niscemi la gente scese in strada gridando al terremoto. Non si trattava di un sisma, ma di una frana che si è ripresentata negli stessi luoghi: i quartieri Sante Croci, Pirillo, Canalicchio. Nel ’97, l’allora sottosegretario alla Protezione civile, il vulcanologo Franco Barberi, parlò di “ordinaria malamministrazione e di completo degrado in una zona sottoposta a vincolo geologico”. La procura di Caltagirone aprì un fascicolo per disastro colposo, ai 400 sfollati furono offerti 600 mila lire al mese, per 13 mesi, come contributo per l’affitto. Nel 2000, 48 case e la settecentesca chiesa di Sante Croci furono demolite. Quando le ruspe s’avvicinarono al luogo di culto, una dozzina di persone fece da scudo per impedire la demolizione. Tra ricorsi giudiziari e proteste, infine la chiesa fu abbattuta. Lo stato d’emergenza per quella frana fu più volte prorogato dal Consiglio dei ministri, almeno fino al 2007. Anche nel ’97, come nei giorni scorsi, la frana fu preceduta da maltempo e pioggia.
Consiglio dei Ministri stanzia 33 milioni subito per la Sicilia
Dopo le devastazioni del ciclone Harry il Consiglio dei ministri ha stanziato un primo aiuto di 100 milioni di euro per Sicilia, Sardegna e Calabria (un terzo per ogni regione). Il Ministro per la Protezione civile e le politiche del mare Nello Musumeci ha spiegato che «lo stato di emergenza può durare 12 mesi, prorogabile per altri 12, come prevede il Codice di Protezione civile. Per fare fronte ai primissimi interventi previsti dall’art. 25 lettere a,B,c del Codice di protezione civile, è stata deliberata la somma complessiva di 100 milioni di euro, a valere sul Fondo per le emergenze nazionali». Questi soldi, ha ribadito Musumeci, «servono essenzialmente per fare fronte alle prime spese sostenute dai Comuni, cioè la rimozione di detriti e il ripristino della funzionalità di alcuni servizi essenziali. Non appena dalle Regioni arriverà un quadro dettagliato dei danni, potremo procedere all’ulteriore stanziamento che invece servirà alla ricostruzione».
Alla riunione a Palazzo Chigi hanno partecipato i governatori delle tre Regioni, Roberto Occhiuto, Renato Schifani e Alessandra Todde, invitati dal governo. Musumeci ha sottolineato che la stima dei danni causati dal ciclone Harry «l’hanno fatta i presidenti di regione, ma non è attendibile perché appunto si tratta di una stima, come gli stessi presidenti hanno ammesso, assai approssimativa, 1 miliardo e 241 milioni. Potrebbe essere suscettibile di aumento o, come mi auguro, di un calo».
“Quanto deliberato dal Consiglio dei ministri sullo stato di emergenza per la Sicilia è del tutto insufficiente e dimostra che il Governo non ha compreso la reale gravità della situazione”, dice Anthony Barbagallo, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Trasporti della Camera. “Stiamo parlando di un territorio duramente colpito dal ciclone Harry, con danni enormi a infrastrutture, viabilità, abitazioni e attività produttive, per cifre che sono nettamente superiori ai 100 milioni annunciati dal Governo. Una somma che rischia di essere poco più che simbolica di fronte a un’emergenza di questa portata. Ancora più grave – prosegue Barbagallo – è che dal Consiglio dei ministri non arrivino norme chiare per garantire interventi rapidi, procedure semplificate e una ricostruzione veloce e tempestiva. Senza strumenti straordinari, lo stato di emergenza rischia di restare uno slogan”.

