Se nove comuni su dieci in Sicilia (e il 44% a livello nazionale) presentano aree ad alto rischio frana, allora Niscemi non è un’eccezione. È la regola. La fotografia scattata dal ministro per la Protezione civile Nello Musumeci davanti al Senato – rischio “non emergenziale ma strutturale” – ha il merito di spostare il tema fuori dalla retorica della calamità e dentro la dimensione della responsabilità. Ma apre anche una domanda che la politica, da anni, evita accuratamente: se il dissesto è strutturale, lo è anche la risposta delle istituzioni?

Perché un territorio fragile non diventa improvvisamente sicuro perché il Ministro riferisce in Parlamento. Servono programmazione, continuità di spesa, capacità amministrativa. E soprattutto risorse che, a guardare i numeri, sembrano sempre insufficienti rispetto alla vastità del problema.

La riflessione innescata dall’ex rettore Fabrizio Micari – secondo cui Renato Schifani avrebbe fatto persino peggio del suo predecessore sul fronte del dissesto – nasce proprio da qui: dai dati della struttura commissariale regionale. Non l’intero universo della spesa, certo, ma il perimetro più direttamente riconducibile alla governance politica del fenomeno. Come dimostra la tabella allegata all’ultimo post dell’esponente di Italia Viva, tra il 2020 e il 2024 i finanziamenti passano da oltre 144 milioni a poco più di 73. I pagamenti, dopo il picco del 2021, oscillano. Gli impegni crescono a intermittenza, come se la macchina pubblica fosse costretta a ripartire ogni volta da capo.

Il punto, però, non è stabilire chi abbia fatto peggio, ma se si è fatto abbastanza. Perché mentre si discute di responsabilità, la geografia del rischio continua ad allargarsi. E soprattutto perché la sproporzione tra ciò che servirebbe e ciò che viene effettivamente speso è ormai evidente anche a occhio nudo. Se davvero oltre il 90% dei comuni è esposto a frane, erosione o alluvioni, nessuna stagione di finanziamenti ordinari potrà mai bastare.

Il paradosso è che i soldi, almeno in parte, ci sarebbero. Circa due miliardi di euro – il famoso avanzo di amministrazione che Schifani non vede l’ora di spendere (ha spiegato, qualche settimana fa, di non dormirci la notte…) – restano “bloccati” in attesa che la Corte dei conti completi la parifica dei rendiconti dal 2021 al 2024. Schifani parla di “condizione essenziale per sbloccare risorse a beneficio della Sicilia”.

Nel frattempo – per sopperire alle macerie provocate dal ciclone Harry – la Regione ha stanziato una novantina di milioni che verranno spesi per mettere in sicurezza il territorio, più i 33 stanziati dallo Stato che però sanno di “briciole” rispetto alla quantificazione parziale dei danni. Ma anche quando le risorse arrivano, non sempre prendono la strada della sicurezza del territorio. Un’analisi sulle ultime leggi di stabilità regionali, da parte del deputato del M5s, Adriano Varrica, mostra oltre dieci milioni di contributi diretti ai Comuni colpiti da calamità. Fin qui nulla di anomalo, se non fosse che una quota consistente di quelle somme è stata destinata a feste, sagre, iniziative turistiche, promozione culturale. Tutte attività legittime, ma difficili da conciliare con l’idea di un’isola che si scopre improvvisamente fragile sotto i colpi dei cambiamenti climatici.

Niscemi stessa avrebbe ricevuto circa 298 mila euro in contributi: manifestazioni estive, eventi sportivi, perfino la sagra del carciofo. Voci che, rilette oggi, suonano come una metafora della politica regionale degli ultimi anni: più attenta al consenso immediato che alla riduzione del rischio futuro. Per decenni il dissesto idrogeologico è stato trattato come un problema tecnico, delegato a commissari, uffici speciali, piani straordinari. Ma è, prima di tutto, una scelta politica: decidere se investire in prevenzione – che non si vede e non porta voti – oppure inseguire l’emergenza, che consente stanziamenti rapidi, procedure accelerate e una narrazione più spendibile.

La frana diventa così un copione già scritto: prima la tragedia, poi la conta dei danni, quindi la ricerca delle responsabilità e infine la promessa che “non accadrà più”. Ecco perché il vero rischio, oggi, non è solo quello che incombe sui versanti instabili della Sicilia. È l’assuefazione. L’idea che tutto questo sia inevitabile. Musumeci ha ragione quando dice che il fenomeno non è emergenziale ma strutturale. Ma proprio per questo la politica dovrebbe avere il coraggio di ammettere che strutturale, finora, è stata anche l’inadeguatezza della risposta. La domanda che resta sospesa, mentre la magistratura indaga e la politica litiga, è la più semplice di tutte: la prossima frana ci troverà ancora a discutere di chi doveva intervenire, o finalmente di ciò che è stato fatto per evitarla?