Forza Italia è un partito in mano a un feudatario, Renato Schifani, e ai propri vassalli. Nelle scorse ore il presidente della Regione ha scelto – di nuovo – la linea del silenzio: l’incontro programmatico con il gruppo parlamentare, in programma il 9 settembre, è stato cancellato. Il governatore non ha apprezzato che la notizia del vertice fosse già finito sulle pagine dei giornali, così ha deciso di parlare con i deputati uno alla volta, avendo più margine di trattativa ed evitando ulteriori fughe di notizie. Ma rischia di non portare da nessuna parte…
I forzisti hanno già dimostrato poca lealtà nei confronti del governo, ad esempio assentandosi durante la votazione sulla riforma dei Consorzi di bonifica, o utilizzando il voto segreto in dissenso rispetto ad alcune norme contenute nell’ultima manovrina: la legge sull’editoria, i laghetti artificiali, l’acquisto del palazzo di via Cordova a Palermo. Potrà stringergli la mano, ma non cambierà di un’unghia la considerazione nei suoi confronti e nei confronti di Marcello Caruso, che nonostante tutto si è già candidato alla segreteria regionale.
La gestione centralizzata del partito ha stancato. Le ultime vicende – dall’uscita di Falcone alle provocazioni di Mulè, fino alla proposta di Calderone di tenere traccia dei contatti fra politici e vertici delle aziende sanitarie – sono il sintomo di un malessere profondo, che viene da lontano e che rischia di deflagrare con le prossime votazioni. Si parla di manovra-quater, di “mance”, ma prima bisogna fare i conti con l’umore ballerino dei berluscones. A creare una corazza attorno al governatore, pur essendo essi stessi i motivi della frattura interna, sono stati i due “tecnici”: Alessandro Dagnino e Daniela Faraoni. I vassalli. Prima dichiarando la propria appartenenza al partito, poi intervenendo a gamba tesa per smorzare alcune polemiche che hanno cinto d’assedio il presidente.
Dagnino ha usato i social per redarguire Mulè, che aveva chiesto l’adozione di un provvedimento di giunta per garantire il finanziamento del film dedicato alla vita di Fratel Biagio Conte: “In merito alla recente dichiarazione dell’on. Giorgio Mulè, secondo cui il governo regionale avrebbe potuto “aggirare le pastoie” dell’Assemblea regionale con una delibera di giunta utilizzando un non meglio precisato “fondo di riserva”, desidero evidenziare che la soluzione suggerita non sarebbe stata tecnicamente possibile, non essendo previsto nel bilancio regionale alcun fondo per simili iniziative. Nemmeno sarebbe stato possibile utilizzare il fondo per le spese impreviste, poiché detto fondo può essere attinto per finalità tassativamente elencate dalla legge, tra le quali non rientra lo scorrimento di graduatorie”.
Mulé non gli ha risparmiato una magra figura: “Il fondo di riserva, per sua natura, è uno strumento che consente all’organo esecutivo (cioè la giunta) di far fronte a situazioni impreviste senza dover ricorrere al procedimento ordinario di variazione di bilancio che richiede l’approvazione dell’organo assembleare. Mentre la Regione ha certamente la competenza per utilizzare il fondo di riserva per spese impreviste, tale utilizzo deve essere sorretto da una motivazione che dimostri la sussistenza dei presupposti normativi di imprevedibilità e di deficienza delle assegnazioni di bilancio. Insomma si può fare, se si vuole. E ora è importante “fare”, non fare accademia contabile”.
Ma Dagnino è un tecnico, avvocato, e non lascia cadere foglia. Non accoglie le critiche (né le ricostruzioni giornalistiche), solitamente le rigetta (laddove non può smentirle). Si affida ai paroloni – rating & derivati – per sviare l’attenzione dalle cose che contano. Ad esempio, dal fatto che le sue proposte (l’aumento degli stipendi per i manager delle partecipate o l’acquisto dell’immobile di via Cordova) vengano puntualmente impallinati all’Ars. Colpa dei deputati brutti e cattivi?
La Faraoni, da questo punto di vista, è un po’ più democratica. Lascia fare. Ma è pur sempre un tecnico. E così, da tecnico, ha replicato alle critiche mosse dal parlamentare Tommaso Calderone sulle inefficienze dell’ospedale di Milazzo, uno dei fronti caldi della sanità siciliana. «Le attività dei reparti di gastroenterologia e di medicina interna, momentaneamente trasferiti a Barcellona si svolgono in condizione di totale sicurezza. Riguardo alla carenza di personale nel reparto di neurologia, è già stato assunto un quarto neurologo attraverso le procedure di reclutamento di medici extra Ue. Quanto alla risonanza magnetica, resa inutilizzabile dall’usura, è già stato avviato l’iter per la sostituzione con uno strumento di ultima generazione. Anche le criticità del reparto di ostetricia e ginecologia sono superate o in via di risoluzione, così come quelle della farmacia, mentre per la carenza di personale di supporto si stanno adottando tutte le iniziative necessarie».
I verbi, declinati in forma progressiva – stiamo facendo, stiamo vedendo, stiamo provvedendo – non lasciano ben sperare. Ma è questa la nuova comunicazione all’interno di Forza Italia nell’Isola. A Berlusconi sarebbero venuti i brividi. La scena è tutta dei burocrati che fanno da scudo a Schifani, mentre Schifani rinvia qualsiasi tentativo di confronto o discussione che arrivi dall’interno o dall’esterno (le opposizioni lo attendono all’Ars da due anni per parlare di turismo e di sanità). L’obiettivo è tirare a campare, con la fiducia di pochi.
Le parole di Dagnino e Faraoni, che sconfinano dal tecnico al grottesco, nascondono – male – una preoccupante assenza di visione politica. Che anche la candidatura di Caruso (definito un “funzionario di partito” da Falcone) aveva confermato. I nuovi arrivi dovranno attendere pazientemente il loro turno. I sindaci di Ragusa e di Modica, il parlamentare Minardo, i centristi ritrovati, al momento sono “soffocati” nelle logiche dei territori, perché a far la voce grossa, a Palermo, sono loro. Il feudatario e i suoi vassalli.