C’è un assessorato che vale più di ogni altro. Vale perché da solo assorbe oltre metà del bilancio regionale, perché governa consenso – e, come si è visto dai recenti fatti di cronaca – clientele, emergenze e scandali. Ed è per questo che la sanità siciliana è tornata al centro di una partita politica che assomiglia sempre più a un gioco sul filo del rasoio.
L’analisi verte su diversi piani e il primo ha a che fare con i partiti. Fratelli d’Italia ha deciso di uscire dall’ambiguità con una dichiarazione che pesa. A pronunciarla è stato Luca Sbardella, commissario regionale meloniano: «Non siamo pienamente soddisfatti di come è gestita la Sanità». È la certificazione di ciò che a Palazzo d’Orléans tutti sanno ma che finora pochi avevano il coraggio di dire apertamente. La proposta è tanto semplice quanto dirompente: rimettere mano alle deleghe, ridisegnare gli equilibri, spostare il baricentro della giunta. Fratelli d’Italia si dice pronta a sacrificare il Turismo (l’altra “palude”) pur di mettere le mani sulla fetta di torta più grande (e più ghiotta), che Schifani in questa legislatura ha affidato a due tecnici: prima la Volo, poi la Faraoni.
A fornire l’assist ai patrioti potrebbe essere l’udienza sulla Amata, in programma martedì: “Abbiamo la questione legata alle vicende giudiziarie dell’assessore al Turismo Elvira Amata – dice ancora Sbardella nel suo colloquio con Repubblica -. Bisogna vedere se viene rinviata a giudizio e come. C’è l’ipotesi di sostituirla con la senatrice Carmela Bucalo. A questo punto si potrebbe mettere in moto il meccanismo per la sostituzione dell’assessore Scarpinato che andrebbe al Senato. Le ipotesi di sostituzione sono varie”. Una rinuncia di questo tipo – FdI regge l’assessorato di via Notarbartolo da otto anni, con tutti gli scandali che ne sono derivati – esigerebbe una moneta di scambio di pregiato valore. Come la sanità, per cui potrebbe correre anche l’attuale capogruppo all’Ars, Giorgio Assenza.
Il messaggio di Sbardella è indirizzato in primo luogo a Forza Italia, che “difende” una poltrona pesantissima (in realtà vorrebbe sfilarla ai tecnici d’area, che non hanno mai rappresentato il partito) ma è paralizzata da una profonda spaccatura interna; e in secondo luogo al presidente Schifani, chiamato a tenere insieme una maggioranza sempre più fragile mentre promette un rimpasto che, a forza di rinvii, somiglia sempre più a una tela di Penelope. La sanità torna così a essere il vero terreno di misurazione dei rapporti di forza: chi la controlla governa davvero, chi la perde scivola ai margini.
In mezzo a questo risiko c’è il nodo più delicato: la posizione dell’assessora alla Salute Daniela Faraoni (cara a Schifani ma soprattutto a Sammartino). Sul piano giudiziario la sua posizione è stata archiviata. L’ipotesi di abuso d’ufficio contestata nell’ambito dell’inchiesta che coinvolge Totò Cuffaro è evaporata insieme al reato, cancellato dal codice penale. Ma la politica non è un’aula di tribunale. Resta il contesto, restano le intercettazioni, resta quel dialogo con Cuffaro sui concorsi: “Ti faccio vedere il bando? – chiedeva Cuffaro a Faraoni – Io sono in difficoltà perché avevo un sacco di gente… ci sono solo quindici posti e il presidente della commissione, che è Iacono che tu conosci…”. Resta, soprattutto, una domanda che l’archiviazione non cancella: si muovevano dentro lo stesso sistema?
È qui che emerge la contraddizione più vistosa. Gli assessori della Democrazia cristiana sono stati espulsi dalla giunta per la semplice contiguità con un leader coinvolto in un’inchiesta. Faraoni, che invece compare direttamente nelle carte, resta al suo posto. A sottolinearlo senza giri di parole è Davide Faraone, che parla di responsabilità politiche “clamorose” e di una disparità di trattamento che stride con il moralismo sbandierato dal governatore siciliano. “Faraoni deve andare a casa: o si dimette o la cacci il presidente della Regione. Perché gli assessori della Dc sono stati cacciati pur non essendo direttamente coinvolti nella vicenda giudiziaria di Cuffaro e la Faraoni, che invece discuteva e ragionava di nomine in sanità, in maniera anomala, è ancora lì al suo posto?”.
Come se non bastasse, sul tavolo del governo è arrivato l’ultimo report dell’avversario più implacabile: la Corte dei Conti. Un dossier di oltre cento pagine mette nero su bianco le criticità strutturali della sanità siciliana: liste d’attesa fuori controllo, mobilità sanitaria passiva da oltre 125 milioni l’anno, un Sovracup inefficace, flussi informativi inaffidabili. Sull’attività intramoenia dei medici, su cui la Faraoni – giusto qualche giorno fa – ha annunciato una stretta, la Corte segnala che “non risulta che siano state adottate disposizioni organizzative per la corretta applicazione della normativa vigente, poiché non sembra che gli enti sanitari procedano ad effettuare verifiche e riscontri, in considerazione dell’evidenza documentale dell’assenza di limiti, vincoli e controlli sull’autorizzazione dell’attività libero-professionale”.
Il quadro che emerge è quello di un sistema che non governa i dati né le scelte. Dove si annidano interessi privatistici; dove la scelta dei manager è subordinata agli interessi dei partiti (nonostante i proclami per una selezione più trasparente); e dove per la sostituzione del Direttore generale dell’Asp di Palermo è trascorso un anno. La sanità oggi è sospesa tra tre forze che si alimentano a vicenda: l’assalto dei partiti, le ombre giudiziarie e i richiami impietosi dei magistrati contabili. Tutto mentre il governo regionale predica stabilità e moralità. Il filo del rasoio è questo: o si fa chiarezza – politica prima ancora che tecnica – oppure la sanità continuerà a essere il luogo dove si concentrano potere, opacità e fallimenti.


