Renato Schifani dice di non voler trascinare il rimpasto per “quattro o cinque mesi”. Dice di volerlo chiudere nel più breve tempo possibile, compatibilmente con l’equilibrio della maggioranza. Dice anche di non avere preclusioni, né sui tecnici né sui politici. Ma nei fatti il rimpasto è ostaggio di un altro calendario. Quello di Fratelli d’Italia.
Se davvero si dovesse attendere l’esito giudiziario che riguarda l’assessora al Turismo Elvira Amata, la partita slitterebbe inevitabilmente a marzo (la prossima udienza, dopo il rinvio di ieri, è stata fissata per lunedì 2). Esattamente ciò che il governatore sostiene di voler evitare. È qui che si consuma la contraddizione: Schifani accelera a parole, Fratelli d’Italia frena nei fatti. E lo fa senza nemmeno avvertire il bisogno di mascherare la propria forza contrattuale.
I patrioti, in Sicilia, fanno e disfano la tela del governo. Decidendo sui nomi e sui tempi. In questa legislatura i meloniani hanno quasi sempre avuto ragione, dimostrando una presa su Renato Schifani che nemmeno Forza Italia. Hanno imposto, in fase di composizione della giunta, gli unici due assessori non deputati: Elena Pagana, moglie dell’ex assessore Razza, al Territorio e Ambiente; e Francesco Scarpinato, bocciato alle urne e semplice consigliere comunale di Palermo, al Turismo. Hanno poi difeso con sfacciataggine il Turismo anche dopo lo scandalo di Cannes, limitandosi a un giro di deleghe tra Scarpinato e Amata, come se nulla fosse accaduto.
Hanno indirizzato contributi culturali verso associazioni amiche – il caso Auteri resta emblematico – senza mai pagare ammenda sul piano politico. E hanno reintrodotto, con sorprendente disinvoltura, pratiche che si pensavano archiviate: affidamenti diretti ad agenzie pubblicitarie o ricche consulenze a project manager, come nel caso delle Celebrazioni Belliniane. E non è un dettaglio che, dentro questo schema, continui ad avere un ruolo politico di primo piano anche il presidente dell’Ars, nonostante le accuse di corruzione formulate dalla Procura di Palermo. Galvagno resta una figura centrale negli equilibri del partito e mantiene un peso tutt’altro che marginale nella costruzione delle manovre finanziarie, a dimostrazione di come – in casa Fratelli d’Italia – l’investitura politica possa continuare a prevalere sull’ombra giudiziaria, almeno finché la linea nazionale non impone uno stop.
Ora però il meccanismo si è inceppato. Amata si è presentata al Tribunale di Palermo per l’udienza preliminare davanti al gup Walter Turturici. L’accusa è pesante: corruzione. Il procedimento è stato rinviato al 2 marzo. La Regione non si è costituita parte civile. Secondo la Procura, l’assessora avrebbe sponsorizzato un’iniziativa della Fondazione Marisa Bellisario, finanziata con 30 mila euro dall’assessorato, in cambio dell’assunzione del nipote presso una società riconducibile alla coimputata Marcella Cannariato, moglie del patron di Sicily By Car Tommaso Dragotto. La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio.
Schifani, intanto, prende tempo. Dice che siamo alle fasi preliminari, che non conosce il pensiero del giudice, che la costituzione di parte civile può attendere. Tradotto: aspetta Fratelli d’Italia. Perché la linea non si decide a Palermo, ma a Roma, in via della Scrofa. Ed è qui che il rimpasto smette di essere una questione tecnica e diventa una prova di forza politica. Dai vertici nazionali del partito della Meloni è arrivato un input preciso: sulla Sicilia bisogna aspettare. Nessuna barricata garantista, nessuna difesa preventiva. Chi viene rinviato a giudizio per corruzione deve farsi da parte. Una linea che ha costretto alla resa anche sponsor di peso della Amata, come il ministro Lollobrigida. Se Amata dovesse essere rinviata a giudizio, scatterebbe il primo domino: al suo posto la senatrice Ella Bucalo, con Scarpinato pronto a liberare la poltrona regionale per volare a Roma. A cascata, si aprirebbe una seconda casella meloniana in giunta, con Giorgio Assenza pronto a entrare in partita.
Ma c’è un corollario che rende questo gioco ancora più significativo. Perché il rimescolamento di deleghe non serve soltanto a mantenere il Turismo (che da otto anni è ostaggio del metodo-Balilla). Serve ad aprire uno spazio per una richiesta molto più ambiziosa: la Sanità. L’altra grande palude del governo regionale, dove – in maniera quasi primordiale – la gestione del potere supera di gran lunga il bisogno di salute dei cittadini. Non è un caso che il commissario regionale di FdI, Luca Sbardella, abbia criticato apertamente la gestione dell’assessorato guidato da Daniela Faraoni (approfittando dell’assist della Corte dei Conti, che ha presentato cento pagine di rilievi). Turismo e Sanità sono i due snodi più delicati del potere regionale. Unificarli sotto l’ombrello meloniano significherebbe blindare l’asse portante della legislatura e ridurre ulteriormente il margine di autonomia del governatore.
È qui che la Sicilia diventa un laboratorio nazionale. Dalle indiscrezioni de La Sicilia si intuisce come Meloni abbia deciso di iniziare a maneggiare con cura il dossier-Isola. Non per disinteresse, ma per necessità. La Sicilia è il luogo dove il rischio di restare impantanati nel sottobosco politico-giudiziario è massimo. Ed è anche il luogo dove un passo falso può avere riflessi diretti su Palazzo Chigi. Mostrarsi rigorosi in Sicilia serve a dare l’esempio. A segnare una distanza simbolica dal passato. A evitare che Fratelli d’Italia finisca schiacciata tra moralismo declamato e pratiche di governo indistinguibili da quelle che dice di voler superare.
Ecco perché i tempi rischiano di allungarsi, nonostante le dichiarazioni del presidente. Non è indecisione. È controllo dell’agenda. In Sicilia, oggi, il freno a mano non lo tira più Schifani. Lo tira Fratelli d’Italia. E decide quando toglierlo.


