La sanità siciliana è un sistema in affanno permanente. Non passa settimana senza un’inchiesta, un’ispezione, un’interrogazione parlamentare. Senza che un pronto soccorso diventi simbolo di disagio (o di degrado), o che una nomina riapra vecchie ferite fra partiti alleati (sulla carta) ma sempre pronti a sfidarsi per il “bottino”. Renato Schifani aveva scelto la via dei tecnici per blindare l’assessorato più delicato: prima Giovanna Volo, poi Daniela Faraoni. Una scelta rivendicata come garanzia di competenza e autonomia. A distanza di due anni, però, la sanità è diventata il terreno più scivoloso del suo governo.

Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e pezzo da novanta di Forza Italia, ha acceso l’ultimo faro con un’interrogazione al ministro Schillaci. Al centro c’è una relazione di 21 pagine redatta nell’agosto 2024 da una commissione voluta dall’assessorato per verificare lo stato dei 67 pronto soccorso dell’Isola. Un atto interno, rimasto nei cassetti, che descriveva carenze strutturali e organizzative: “disallineamento tra beni e presidi richiesti ed effettivamente ricevuti”, sovraffollamento, personale insufficiente, attese di giorni prima di un ricovero. In alcuni casi – si legge – mancavano perfino i lavandini per l’igiene delle mani.

Quel documento non è mai stato pubblicato. Volo si dimette a gennaio 2025. Arriva Faraoni (che lascerà scoperto per circa un anno il ruolo di Direttore generale all’Asp di Palermo). La relazione diventa improvvisamente “datata”. È questa la linea dell’attuale assessora, che in un’intervista a Repubblica ha rivendicato 308 nuovi posti letto attivati, investimenti, ospedali “innovati” e criticità superate. “Io sfido oggi a trovare un solo pronto soccorso privo di carrello d’emergenza o di lavandino”, ha detto. Spiegando di aver fornito a Mulè un atto molto più attuale, lo scorso 23 febbraio, rispetto ai riferimenti dell’interrogazione parlamentare.

La questione, però, non è stabilire chi abbia più carrelli o ecografi. Se una commissione istituita dalla Regione certifica disfunzioni gravi, perché quel lavoro non viene reso pubblico? Perché ogni richiesta di chiarezza diventa un attacco? Mulè lo ha detto senza troppi giri di parole: un anno fa, quando sollevò il caso dei ritardi negli esami istologici di Trapani, venne trattato da “disturbatore”. Oggi chiede “la verità” e di “andare in fondo”.

Eppure, in questa strana regione dove i Fratelli d’Italia hanno introdotto l’arte dell’impunità, nessuno può osare e pretendere chiarezza (salvo essere “additato”). Se qualcuno prova a fare luce, diventa automaticamente un nemico. Intanto le inchieste giudiziarie si moltiplicano. L’ultima, a Palermo, riguarda presunte tangenti su certificazioni di invalidità e forniture ortopediche: medici dell’Asp, faccendieri, imprenditori; soldi in contanti, ordinativi gonfiati, persino casse di gamberoni come forma di pagamento.

Qualche mese fa era stato portato a galla il cosiddetto “sistema Cuffaro”, oggi indagato per corruzione nell’ambito di un’inchiesta che lambisce ancora una volta il sistema. Le cronache hanno rivelato il caso del concorso all’Arnas Villa Sofia-Cervello, finito sotto la lente della magistratura per presunte irregolarità (domande del colloquio fornite in anticipo) e pressioni politiche (raccomandazioni, what else?). Questa inchiesta, come tante altre, racconta di un clima in cui la sanità continua a essere un crocevia di interessi, pressioni, spartizioni.

Il paradosso è che l’opposizione resta quasi silente, mentre pezzi della maggioranza – da Mulè a Lombardo, passando per il commissario di FdI, Luca Sbardella – indicano la Salute come il vero nervo scoperto del governo. L’Ars, nel frattempo, si è pronunciata favorevolmente sulla nomina di Iacolino alla guida del Policlinico di Messina: segno che la partita delle poltrone è ripresa e resta centrale, mentre sul piano dell’organizzazione e della guida strategica le incertezze non mancano.

Il problema, per Schifani, non è soltanto amministrativo, ma di leadership e di fiducia. La scelta dei tecnici doveva garantire autorevolezza e discontinuità rispetto alle stagioni delle lottizzazioni. Invece la percezione è quella di un assessorato che rincorre le emergenze, che reagisce sotto pressione, che “subisce” la scelta dei direttori generali (dai partiti) e non riesce neppure a dare una direzione chiara al dipartimento. La scelta dei “tecnici” voluta da Schifani avrebbe dovuto rappresentare una cesura, invece ha finito per esporre il governo più di quanto sarebbe stato lecito attendersi.