Nemmeno la soddisfazione di vivere di più se non meglio. Le ultime statistiche ufficiali sulla durata media di vita vedono Sicilia, Campania e Calabria all’ultimo posto, come per qualità di vita e reddito medio. E se ci si provasse a consolare col bel tempo, ricordando il “basta ca ce stà o sole, che c’è rimasto o mare” della gioiosa canzone, dovremmo fare i conti con le bizze del clima. Che è divenuto insieme più siccitoso ed umido al Sud. Certo si vive ancora apparentemente meglio sotto il profilo alimentare e della cucina. Per quanto anche il resto d’Italia non se la cavi affatto male. Basta guardare l’esperienza di Borghese in televisione.
E allora come giustificare la scelta di migliaia di cittadini di abbandonare quello che fu un tempo un paradiso. Per quanto abitato da diavoli per dirla con Croce. Domanda angosciante che ha una sola risposta. Perché qui in queste terre un tempo lavorate con immensa fatica e da cui si è partito da sempre verso le Americhe e poi verso la parte più sviluppata del Paese e d’Europa, non c’è abbastanza lavoro. Non per i laureati che aspirano ad una vita migliore. Non per i lavoratori dell’agricoltura e dell’industria che invano sperano di essere assunti nelle poche imprese locali. E dunque premono come possono sulle fragili strutture pubbliche alla ricerca di quelle che la dottrina amministrativistica ha chiamato le assunzioni “a scoppola”. Che un tempo fecero la fortuna dei nuovi partiti della Repubblica.
Un famoso sindaco di Palermo un giorno confidò che in città prima erano monarchici. “Poi li assumemmo alle municipalizzate dell’immondizia e del traffico e divennero democristiani”. Non fu certo questa la ragione principale del trionfo dei partiti centristi che ressero il governo nazionale e quelli regionali fino alla fine degli anni ’80. Fu l’assetto internazionale e la presenza di un grande partito come quello comunista che non poteva andare al governo. Oggi il mondo è cambiato. I comunisti scomparsi tranne qualche cespuglio quasi sempre irrilevante. La destra che fu un tempo post-fascista oggi conservatrice e governante. I centristi che ebbero un lungo momento di gloria con Berlusconi, oggi sotto il dieci per cento. E la Lega che con Bossi e Maroni sembrava invincibile, oggi sbanda verso l’estrema destra e perde consensi fuori dal suo nucleo territoriale fondativo.
La questione meridionale, anche se si tende a ignorarla, rimane. Rimangono le cattive abitudini che vedono la politica sempre più preda di uomini da poco, qualche volta avventurieri, sempre avventurosi. In cerca di successi personali più che di buon governo. Di risultati elettorali favorevoli più che di conquiste sociali o di avanzamenti infrastrutturali. E si sviluppa tra di loro la morbosa sindrome del rinnovo preventivo. La richiesta cioè di avere assicurata la rielezione. Con ogni mezzo, comprese leggi elettorali di comodo che portino a nominare piuttosto che ad eleggere i deputati. E per quanto riguarda l’elezione diretta a reclamare ossessivamente la riconferma per almeno un secondo mandato. Certo è che si rimane prigionieri di tutti coloro che dispongono di un potere concorrente di designazione e se ne esalta il potere di veto.
Così nelle more che la politica decida il che fare, non resta che goderci il bel tempo, quando c’è. Contenti di vivere in media un po’ meno che in Piemonte o in Trentino o Lombardia. Tanto anche per tutto il resto, compreso il sistema sanitario, restiamo agli ultimi posti. Senza poterci fare nulla. Ma mettendoci grande impegno.


