Pietrangelo Buttafuoco, che mi concede la sua amicizia da trent’anni, e da due è presidente della Biennale di Venezia, nel dicembre del 2024 mi propose un’intervista con Koyo Kouoh, da lui incaricata di curare l’Esposizione internazionale d’arte. Koyo fu ipnotica e delicatamente impetuosa, e mi disse che la vita e l’arte sono movimento di persone e di idee. Se non ci fossero state le migrazioni, mi disse, tu non saresti italiano e io non sarei africana, e oggi non saremmo qui a rimescolarci ancora. Poi Koyo è morta all’improvviso, ma le sue idee si muovono attraverso le idee di Pietrangelo, che le ha raccontate in una grandiosa intervista a Dario Olivero.

All’Esposizione, ha detto, nessun artista resterà fuori a causa del suo passaporto, nessuna esclusione, nessun boicottaggio: a Venezia i popoli in guerra si incontrano fra loro. Esporranno gli artisti russi e gli artisti ucraini, gli artisti israeliani e palestinesi e iraniani. È assurdo, ha detto, che vengano negati il tempo e il luogo della tregua, almeno nell’arte e nello sport, se non sul campo di battaglia. In giorni ringhiosi, in cui si dice no al direttore d’orchestra russo alla Reggia di Caserta, no al cantante israeliano all’Eurovision, in cui si riesce persino nella miseria di litigare sulle bandiere paralimpiche, a litigare sulle stampelle e sulle carrozzelle di chi sa che cosa è la sciagura e come si affronta, ci si domanda di quale pace parlino questi implacabili censori, incapaci di viverla anche su un palco o in un museo. Io non so come si evitano le guerre, ma so che sarebbe meno difficile se fossimo tutti come Pietrangelo.

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