All’Ars non si fanno più riforme, è un dato di fatto. Basta mettere in fila gli ultimi due anni per rendersene conto: ogni tentativo di intervenire su nodi strutturali – burocrazia, enti locali, consorzi di bonifica – si è fermato prima del traguardo. O si è sbriciolato strada facendo. Persino Musumeci, nel quinquennio di sua competenza, era riuscito a fare meglio, portando a casa la nuova legge urbanistica. Schifani, invece, è ancora fermo a quota zero.
L’ultima riforma naufragata è quella sulla dirigenza regionale. Doveva sbloccare i concorsi, aprire le porte a nuove professionalità, mettere mano a un sistema fermo da venticinque anni. L’idea del governo era quella di superare le attuali tre fasce e arrivare a un’unica dirigenza, ridisegnando carriere e inquadramenti. Ma proprio su questo si è consumato lo scontro. Da una parte i partiti della maggioranza (divisi), dall’altra i sindacati (compatti) nel chiedere di mantenere almeno due livelli. E così il testo arriva in Aula e, appena si apre la discussione generale, viene rispedito in Commissione per “ulteriori approfondimenti”. Traduzione: non c’è accordo. E senza accordo, la riforma non si vota.
Il ddl sulla burocrazia è solo l’ultimo capitolo di una sequenza ormai riconoscibile. Prima ancora c’era stato il disegno di legge sugli Enti locali, costruito in prima commissione, rinviato per mesi, e arrivato a Sala d’Ercole con l’ambizione di mettere ordine a un sistema fermo da anni. È uscito dall’Aula irriconoscibile: più della metà degli articoli cancellati, norme simbolo evaporate, interi pezzi smontati dal voto segreto. È rimasta in piedi quasi soltanto la quota del 40% di presenza femminile nelle giunte. Tutto il resto – dal consigliere supplente al terzo mandato nei piccoli comuni – è stato affossato.
Proprio il terzo mandato nei comuni fino a 15 mila abitanti è diventato il simbolo plastico di questa legislatura. Una norma riproposta più volte, come se bastasse tornare in Aula per cambiare l’esito. E invece no. All’ultima votazione, su un emendamento soppressivo coperto dal voto segreto, il risultato è stato impietoso: la maggioranza ha votato contro sé stessa (43 i voti a favore del soppressivo, 18 quelli contro). E oggi qualche primo cittadino decide di sfidare l’Ars, candidandosi comunque: come nel caso di Burgio, sindaco di Serradifalco e figlio dell’assessore Faraoni, che vorrebbe sfruttare l’assist della Corte Costituzionale per ottenere la sospensiva delle operazioni elettorali da parte del Tar. Il caos.
Tornano alle riforme “sventate”, lo stesso copione si era visto con i Consorzi di bonifica. Una legge di riordino attesa da decenni, pensata per ridurre gli enti da tredici a quattro e riorganizzare la gestione dell’acqua, si è fermata su un passaggio chiave: la liquidazione degli attuali consorzi. Bocciato quell’articolo, bocciata l’intera impalcatura (era luglio dello scorso anno). Eppure il tema torna ciclicamente.
Alcune settimane fa il governo Schifani ha dato un nuovo via libera al disegno di legge, riproponendo lo schema già visto: accorpamento in quattro macro-consorzi (Nord-Orientale, Nord-Occidentale, Sud-Orientale, Sud-Occidentale), gestione unitaria delle funzioni e un ufficio interconsortile per pianificazione, catasto e bilancio ambientale. L’assessore all’Agricoltura Luca Sammartino parla di “centralità degli agricoltori” e di una riforma attesa da trent’anni. Promette tempi rapidi in Aula. Ma è una promessa che a Sala d’Ercole si è già sentita.
Ancora prima, il caso più emblematico: il ritorno all’elezione diretta nelle ex Province. Il governo aveva fatto di quella riforma un punto qualificante del proprio programma. L’Aula, a febbraio ’24, l’ha respinta senza appello: 40 contrari contro 25 favorevoli, voto segreto anche lì. Nel giro di qualche mese si sarebbe tornato a votare per i Libero Consorzi, ma solo con elezioni di secondo livello – affidate a sindaci e consiglieri comunali – che hanno riportato le coalizioni sull’orlo di una crisi.
Il filo che tiene insieme questi episodi è sempre lo stesso. Non è l’opposizione a fermare le riforme. È la maggioranza che non riesce a stare insieme quando si tratta di votarle. E trova nel voto segreto lo strumento perfetto per regolare conti che nulla hanno a che vedere con l’interesse generale.
Per questo discutere oggi di abolizione del voto segreto ha qualcosa di paradossale. Eppure la commissione Regolamento lo ha fatto per venire incontro alla proposta del presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, cui non è rimasta altra opzione per provare a riemergere dai guai giudiziari: la sua proposta è di limitare l’utilizzo dello scrutinio segreto ai temi etici o personali, non alle sessioni di bilancio (cioè le uniche che l’Ars, di riffa o di raffa, riesce a completare).
“Macerie”, è stata la parola usata dallo stesso Galvagno per descrivere ciò che resta del ddl sugli Enti locali. Vale anche per il resto. Perché più che un cantiere di riforme, Sala d’Ercole è diventata un luogo dove i progetti si consumano prima ancora di diventare legge. Entrano con ambizioni larghe, escono ridotti al minimo. Quando escono.


