Mentre si pensa stolidamente a far festa per l’ottantesimo compleanno dello Statuto di autonomia, la Regione registra un altro clamoroso impatto negativo. Rispetto agli obiettivi del PNRR, un essenziale contributo europeo agli investimenti, il ritardo è desolante. Sui circa undici miliardi previsti e disponibili in base ad un piano con scadenze e adempimenti controllati, l’effettiva spesa non supera il miliardo e cioè poco più dell’11 per cento.
Ancora una volta si verifica ciò che sembra consueto nella vicenda storica dell’Autonomia speciale. Si stanziano somme anche rilevanti ma l’amministrazione nei vari comparti non riesce a spenderli per tempo. Spesso è accaduto con i fondi europei e adesso ancora nonostante il bisogno vitale di questi interventi nei diversi settori che qualificano la vita quotidiana e riguardano il benessere dei cittadini. Compito primario dell’istituzione autonomistica creata proprio per fare meglio dello Stato centrale.
Il ritardo anche questa volta riguarda infrastrutture e innovazione, energia, città sostenibili. Aspetti tutti essenziali della vita quotidiana e fattori importanti per le decisioni di investimento. Con strade, ponti, dighe inefficienti e mal tenuti, con trasporti lenti e inaffidabili, con una formazione ridotta a rifugio di disoccupati e un’istruzione non adeguata e poco frequentata, nessuno investe anche se ci sono tanti incentivi. Salvo gli avventurieri che lasciano poi le cose a metà, abbandonano, falliscono e creano più problemi di quelli che hanno trovato. Cose tutte note almeno dagli anni ’90.
Si sommano i primati negativi della Sicilia. Il tasso di abbandono scolastico rimane il più alto d’Italia. Gli asili nido sono i meno diffusi dell’intero Paese. Il tasso di occupazione è il più basso d’Italia con la quota più alta di giovani che non sono né in formazione né al lavoro e vagabondano per le strade. La dispersione idrica, del bene prezioso dell’acqua, supera la metà di quella immessa in rete. Le recenti alluvioni e la frana di Niscemi non contribuiscono a migliorare la situazione. Che pure ha dei momenti positivi come la crescita delle reti di comunicazione e la sostituzione graduale del parco autobus con più della metà di mezzi elettrici. Soprattutto avanza, dopo anni di ritardo, la linea ferroviaria più veloce che collega Palermo a Catania. Una vergogna storica.
Sono segnali significativi che però non cambiano il quadro. Di una regione lenta, in ritardo, poco reattiva nonostante risorse importanti. Che pure non basterebbero a colmare il divario. Servirebbero infatti almeno altri due miliardi. Solo per gli obiettivi previsti da questo piano. E molti altri per risalire nelle classifiche europee della qualità della vita che ci vedono sempre in penultima posizione, primi solo davanti alla Calabria.
Ma il guaio è che quelli che ci sono non si spendono in tempo. La durata media di realizzazione è ormai superiore al decennio. Un tempo incompatibile con qualunque progetto di modernizzazione e di concorrenza a scala internazionale. Questo il quadro. Come si vede non è questione di cattivo carattere o di “inimicizia con la contentezza”, come una mentalità assuefatta al declino potrebbe pensare. Siamo in presenza di un fallimento. Per superare il quale occorre una volontà che non sembra emergere dall’attuale quadro politico di maggioranza ed anche di opposizione.
Ci vuole, ci vorrebbe, una forte inversione di tendenza. Un impegno deciso e decisivo. Ma da dove potrà mai venire se ci si abitua e adatta al ritardo. Se si pensa che mondo è stato e così sarà. Inevitabilmente. Ma almeno risparmiateci le feste e la finzione di una vanagloria che vorrebbe tramutare in allegria il disagio e la disperazione della realtà effettuale delle cose.


