Arriverà alla fine della legislatura, adesso è una promessa, ma Meloni come ci arriverà? Per la prima volta si presenta alla Camera, per l’informativa sullo stato del suo governo, con i capelli da tempesta, senza mai pronunciare il nome di Trump, anticipando che ci attende qualcosa di terribile ed è per questo che, quasi implora, “serve la sospensione del Patto di stabilità”.

Il ministro Pichetto, conversando, lamenta: “A me si chiede di abbassare le bollette, a Giorgetti di fare aumentare il pil, insomma”, e manca solo che aggiunga “il signora mia…”. Crosetto, che viene inseguito per dire cosa ne pensa di quest’altra testa che rotola, Cingolani a Leonardo (a quante teste siamo arrivati?), lo saluta con: “Non è la politica che giudica un ad ma i numeri e i mercati”.

Dicono che Cingolani paghi tutto quel potere concesso a Helga Cossu, direttrice generale di ben due Fondazioni, Leonardo e Ansaldo. Una, la Leonardo, venne tolta in malo modo a Luciano Violante e ancora il modo, direbbe Dante, lo offende. Quando Meloni scelse Cingolani non si contarono gli elogi ed è stata una sorpresa l’altra nomina di Giuseppina Di Foggia, finalmente una donna manager, alla guida di Terna. Dopo tre anni, Cingolani esce e Di Foggia vede nell’orizzonte la presidenza di Eni.

Giorgetti, che scende dalle scale del Senato e ha in mano la cartellina con i cv degli ad, sospira: “Serve pazienza, pazienza”. Sono vicini a Meloni quasi tutti i ministri (manca Lollobrigida e forse manca anche a FdI, tanto, troppo) e fa tenerezza il continuo riferimento di Meloni a Tajani, quel “grazie ad Antonio”, mentre spaventano gli schiaffi a Piantedosi, la frase durissima di Meloni: “Non sono soddisfatta sulla sicurezza, non lo sono”.

L’unico sussulto è quando Meloni scippa il “testardamente unitari” a Schlein e lo trasforma in “sono testardamente occidentale”, quando lamenta il fango sul padre morto “che non vedo da quando avevo undici anni” e, ancora, quando pizzica Francesco Boccia (il nome lo omette) perché “c’è chi scrive sui social mentre si trova in località esotiche”, solo che questa volta è Boccia a sembrare Meloni.

Parlava di lei? E Boccia: “Sì, si riferiva a me, o forse a Crosetto”. Meloni si consumerà lentamente. Ormai si è chiusa nel fortino. Vedrete, il suo governo si spegnerà e sarà un danno per il paese”.

Crosetto chiacchiera fitto con Renzi e Renzi, che sa come funziona, si tuffa in Salone e offre titoli: “Il problema di Meloni è Conte ma non Giuseppe. Fosse per me io cambierei anche la legge elettorale. Pd e M5s la vorrebbero fare ma non lo possono dire. Urso? Un cretino. Se non facciamo errori la sinistra vince. È fatta, fatta. Dobbiamo solo lasciare Meloni lì”. Continua su ilfoglio.it