L’antimafia delle cerimonie mobilita tutti, ma alla fine – stavolta speriamo in una sonora smentita – non cambia mai nulla. Arrivano la presidente del Consiglio, il presidente della Regione, i ministri, i sindaci, gli assessori, i deputati. Si ricordano Falcone e Borsellino, si promette che lo Stato non arretrerà, si annunciano uomini, mezzi e perfino l’esercito. Poi le autorità ripartono e la politica siciliana torna esattamente quella di prima.
Giorgia Meloni lunedì si è recata in visita a Palermo, si è commossa davanti alla Stele di Capaci, ha visitato il Museo del Presente e ha presieduto il vertice sulla sicurezza. Ha promesso controlli straordinari, novanta agenti in più e, se necessario, l’impiego dei militari allo Zen. Gesti e parole importanti. Ma la politica è rimasta fuori dalla cerimonia, e per molti è un indizio poco incoraggiante.
Nel giardino di Palazzo Jung c’erano Schifani e Lagalla, gli assessori meloniani Alessandro Aricò, Giusi Savarino e Francesco Scarpinato, la deputata Carolina Varchi e la sorella della premier, Arianna. Per ragioni di opportunità non erano presenti Gaetano Galvagno ed Elvira Amata: il presidente dell’Ars è sotto processo per corruzione e peculato, mentre l’assessora al Turismo è stata rinviata a giudizio per corruzione. Accanto alla premier – in una giornata dominata dalla ricerca del selfie – avrebbero creato più di un imbarazzo.
Gli imbarazzi, però, rimangono. Galvagno continua a presiedere l’Assemblea regionale. Amata continua a sedere nella giunta Schifani. Fratelli d’Italia li ha tenuti lontani dalla prima fila, ma non ha chiesto loro di lasciare gli incarichi. Il processo dell’assessora comincerà il 7 settembre; quello di Galvagno, che ha scelto il giudizio immediato, è già in corso.
È questo il limite dell’antimafia ridotta a cerimonia. La memoria viene onorata, ma non diventa – mai – criterio di governo. La legislatura di Renato Schifani è piena di questa prudenza a corrente alternata. Con la Democrazia Cristiana il governatore ha mostrato i muscoli, espellendo assessori e trattenendo deleghe, salvo poi riammettere Nuccia Albano in occasione dell’ultimo rimpasto. Con Fratelli d’Italia ha camminato sulle uova, sperando che a muoversi fosse il partito, sulla falsariga di quanto accaduto a Roma. Sul turismo ha promesso chiarimenti che non sono mai diventati il dibattito all’Ars richiesto dal M5s. Ecco che il garantismo, da principio sacrosanto, si è trasformato nella formula con cui la politica evita di assumersi una responsabilità autonoma rispetto alla magistratura.
SeeSicily, Cannes, la comunicazione ipertrofica e le consulenze ad personam appartengono alla stessa stagione. La gestione di Manlio Messina è stata archiviata con troppa facilità e quella successiva non ha prodotto la bonifica annunciata. Anzi, il Turismo era e rimane il regno dei pagnottisti: che attraversano governi e scandali, si adattano alle nuove correnti e ricompaiono quando c’è un video da produrre o un racconto istituzionale da vendere.
La Regione chiede ai cittadini di denunciare illeciti e anomalie per costruire un’amministrazione più pulita e trasparente. Ma il coraggio richiesto ai siciliani continua a mancare dentro il Palazzo. Se non c’è una condanna definitiva, tutto può restare al proprio posto. Se c’è un’inchiesta, o persino un rinvio a giudizio, si attende. Se comincia il processo, si invoca il partito. È accaduto con Galvagno, che ha riferito all’Ars sulla propria posizione, ha escluso le dimissioni e ha continuato a esercitare il ruolo di presidente anche mentre l’istituzione si preparava a tutelarsi nel procedimento. È accaduto con Amata, che dopo il rinvio a giudizio ha rimesso il mandato nelle mani di FdI, per poi riceverlo indietro. Una riflessione soltanto formale, senza alcuna conseguenza.
A Roma Fratelli d’Italia ha mostrato, con Delmastro e Santanché, una diversa sensibilità istituzionale. In Sicilia, invece, tutto diventa compatibile con tutto. Si può celebrare la legalità e mantenere al vertice delle istituzioni chi è sotto processo. Si può invocare trasparenza e lasciare senza risposta i dossier più eclatanti. Si può parlare di rigore e continuare a distribuire indulgenze agli uomini e alle donne indispensabili agli equilibri di potere.
Meloni ha scelto di non affrontare pubblicamente questo nodo. È arrivata, ha celebrato la memoria, ha parlato di sicurezza ed è ripartita. Non una parola sui casi che hanno travolto i patrioti. Il Movimento 5 Stelle ha provato a riportare il discorso sul terreno politico. «Ieri Meloni è stata a Palermo e, tra le altre cose, ha detto testualmente: “Nessun passo indietro, la legalità è la strada”. Lo slogan è bello – ha rimarcato l’ex premier Giuseppe Conte – le parole suonano molto bene, ma è solo uno slogan e nient’altro. Penso che avrebbe fatto una figura migliore e avrebbe dato maggiore speranza ai cittadini se, visto che era a Palermo, avesse azzerato la giunta Schifani».
L’antimafia, per l’appunto, non può ridursi a un omaggio, a una teca o a un discorso solenne. Dovrebbe imporre comportamenti, selezionare la classe dirigente migliore, rendere intollerabili le clientele e il cattivo uso del denaro pubblico. Altrimenti Falcone e Borsellino rimarranno confinati nelle commemorazioni, mentre la politica continuerà a considerare corruzione, favori e malgoverno come incidenti sopportabili. E quindi, tutti ai posti di combattimento: è già tempo di ricominciare.


