Un solo voto di scarto, un abisso che apre una crisi politica. È clamoroso il ribaltone alla Camera: 188 deputati dicono no all’emendamento sulle preferenze, presentato da Fratelli d’Italia e rivendicato fino all’ultimo da Giorgia Meloni. Una presa di posizione insufficiente a convincere i parlamentari della maggioranza: una trentina di franchi tiratori hanno voltato le spalle a Meloni. La reazione, a Palazzo Chigi, è rabbiosa: “Anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione”, è il messaggio duro di Meloni agli alleati. Non sono esclusi altri colpi di scena. Corre impazzita la voce su altri scossoni, persino di un possibile confronto con il presidente della Repubblica, chiesto a gran voce dalle opposizioni unite. Nessun appuntamento, a sera, per Sergio Mattarella. Incerto anche il destino della nuova legge elettorale, mai gradita a Lega e Forza Italia e ora mutilata per i meloniani.

Dalla mattina, a Montecitorio, l’aria era elettrica. Riunioni convulse, occhiatacce tra alleati. La premessa era chiara da giorni. FdI, insieme a Noi Moderati e all’Udc, aveva deciso di forzare con una modifica attesa, seppur ricalibrata, per inserire le preferenze allo Stabilicum, la nuova legge elettorale portata in aula dopo il pressing di Meloni. L’emendamento 1077 recitava: un sistema semi-bloccato con un candidato capolista indicato dalle segreterie di partito e la scelta a crocette tra altri sei candidati in lista. Una “forzatura”, rumoreggiavano i junior partner di Fratelli d’Italia.

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