L’Ungheria ha votato e per molti questo è stato il primo risultato da registrare. I seggi si sono aperti e chiusi, il sole di una Budapest che si è svegliata ha accompagnato il processo di qualcosa di nuovo che si è consumato con quasi l’80 per cento dell’affluenza. La faccia del nuovo la conosciamo a malapena, conosciamo il nome, Péter Magyar, sappiamo che viene dal vecchio, dallo stesso Fidesz che ha iniziato a sfidare circa due anni fa. Il vecchio invece lo conosciamo bene ed è il volto di un mondo che non si è adattato, che ha continuato a sbagliare, ha impoverito un paese scegliendo battaglie e alleati che lo hanno aiutato a consumarsi.

L’Ungheria è il laboratorio di molti esperimenti: dell’appartenenza all’Ue come bancomat; delle amicizie speciali con Mosca e Pechino; dell’atlantismo anti Nato. Negli ultimi tre anni il modello si è logorato, Orbán è invecchiato con il suo messaggio e le sue promesse e tutto quello che è accaduto in Ungheria ha preso la forma di una battaglia fra il vecchio e il nuovo, che non coinvolge soltanto Budapest, ma tutta l’Europa. Nei giorni a ridosso delle elezioni, la capitale è stata piena di eventi, gli ungheresi fanno campagna fino all’ultimo istante, è possibile anche fare propaganda politica fuori dai seggi, basta rimanere a distanza di un centinaio di metri. Continua su ilfoglio.it