In Forza Italia, anche a Palermo, è cominciata la resa dei conti. Marco Falcone chiede una verifica politica, Giorgio Mulè arriva a invocare il commissariamento del partito, altri – come il deputato Tommaso Calderone – si muovono sullo stesso crinale. Renato Schifani prova a chiamarsi fuori, dicendo di essere impegnato nell’azione di governo. Ma la crisi investe lui, il suo metodo e una classe dirigente che una parte crescente degli azzurri considera esaurita.
Falcone lo ha detto senza girarci attorno. In una recente intervista a Live Sicilia ha descritto un presidente “sempre più isolato all’interno di Palazzo d’Orleans”, che non parla con i partiti, neppure col suo, e che ha finito per trattare Forza Italia come “una fastidiosa appendice di fine giornata, un problema da scansare”. Alla diagnosi ha aggiunto la richiesta di convocare la segreteria regionale, ricordando che da quando è stato nominato l’attuale coordinatore, Marcello Caruso, il partito non si è mai riunito. Tre anni senza una sede politica vera, senza una sintesi, senza un luogo in cui contarsi e discutere.
Schifani ha risposto come rispondono quelli che sentono il terreno muoversi sotto i piedi. Ha detto che la sua interlocuzione con i segretari regionali è “costante e continua”, ha rivendicato il “lavoro silenzioso”, ha spiegato che se isolarsi significa lavorare e portare risultati allora “ben venga l’isolamento”. Poi ha aggiunto di seguire il dibattito interno a distanza, perché impegnato nel governo della Regione. Ma proprio qui sta il cortocircuito. Perché in Sicilia, la questione del partito coincide con quella del governo. C’è un pezzo di Forza Italia che collega apertamente il logoramento interno alle lacune della legislatura, alla mancanza di raccordo, all’impressione che Palazzo d’Orleans sia diventato una stanza chiusa, dove il presidente ascolta poco e decide con un cerchio sempre più ristretto.
Qualche giorno prima era stato Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, a reclamare il commissariamento. Significa che la gestione attuale non è da aggiustare ma da azzerare; che la linea del rinvio, del galleggiamento, delle tregue apparenti, non basta. Significa anche che la contestazione non è confinata a un asse personale Falcone-Schifani, ma riguarda un fronte più largo. E infatti accanto a Falcone e Mulè si muove anche Tommaso Calderone, che da mesi insiste sulla necessità di riaprire una discussione vera; così come alcuni deputati dell’Ars, da Luisa Lantieri (molto critica per le assenze nella maggioranza, durante l’ultima seduta a Sala d’Ercole), a Margherita La Rocca Ruvolo, da sempre allergica alla gestione della sanità.
Il nome che ritorna sempre è quello di Caruso, diventato il simbolo di una gestione percepita come debole, opaca, non pienamente legittimata. In teoria il bersaglio è lui. In pratica, il fuoco arriva molto più in alto, cioè al il presidente della Regione che di quel partito è il volto più importante in Sicilia.
Ed è qui che la vicenda siciliana si intreccia con quella nazionale. Anche a Roma Forza Italia è entrata in una fase di ristrutturazione, di repulisti morbido, di logoramento controllato dei vecchi equilibri. Il summit tra Marina Berlusconi e Tajani non ha chiuso le beghe del partito: le ha semmai fotografate meglio. La famiglia Berlusconi ha imposto una correzione di rotta, ha chiesto cautela sui congressi, ha fatto capire che il partito non può più essere lasciato interamente alla gestione del segretario.
Del resto, lo spaccato che emerge dalle altre regioni va nella stessa direzione. In Puglia quattro consiglieri regionali su cinque hanno chiesto discontinuità al leader regionale; in Campania e in Sardegna sono partite raccolte firme per fermare i congressi; perfino in Lombardia, cioè nella culla del berlusconismo, una parte del partito spinge per bloccare tutto pur di non certificare le fratture. Forza Italia teme il passaggio congressuale proprio dove il conflitto è più vivo. E se il partito rinvia la conta nei territori più esposti, è difficile pensare che la Sicilia possa restare a lungo fuori da questa onda d’urto.
In questa fase vengono limati anche i monumenti. Maurizio Gasparri, uno dei dinosauri più resistenti del berlusconismo, è finito nel mirino del nuovo corso. Paolo Barelli, altro simbolo di un partito rimasto troppo a lungo uguale a se stesso, viene accompagnato verso l’uscita dalla guida dei deputati. Enrico Costa avanza come figura di mediazione, utile a evitare le conte e a far passare il messaggio che il rinnovamento può essere somministrato senza traumi apparenti. Ma il senso politico resta quello: i vecchi colonnelli non sono più intoccabili.
Per la Sicilia il segnale è chiarissimo. Ed è anche per questo che Schifani prova a mettersi di lato, ad alzare la barriera dell’“azione di governo”, a suggerire che il rinnovamento invocato dal partito non debba trasformarsi nella rottamazione di chi ha speso il meglio di sé. È una formula difensiva che guarda contemporaneamente a Roma e a Palermo. Alla famiglia Berlusconi, che ha aperto il dossier del ricambio. E agli azzurri siciliani, che vogliono usare quel vento per regolare i conti in casa.
Il paradosso è che Schifani chiede continuità in un partito che ormai discute discontinuità. Parla di programma da completare in dieci anni, mentre i suoi lo richiamano alle insufficienze dei primi quattro. Rivendica risultati, mentre dentro Forza Italia cresce la convinzione che il problema non sia soltanto cosa è stato fatto, ma come è stato costruito il rapporto con il partito, con l’Ars, con la coalizione, con i territori. Schifani, nel tentativo di proteggere la propria centralità, ha finito per impoverire la rete che dovrebbe sostenerlo. Ha ridotto il confronto. Ha sterilizzato il dissenso finché ha potuto. Ha lasciato che il partito vivesse di nomine, attese e silenzi. E adesso si ritrova con una fronda che non bussa più piano.
La resa dei conti è cominciata. E questa volta non riguarda solo Caruso, o una segreteria mai convocata, o una corrente in cerca di spazio. Riguarda l’idea stessa di continuità su cui Schifani vorrebbe fondare il suo bis. È proprio quella continuità ad essere finita sotto processo.


