Ho scritto altre volte che Gibellina, prima capitale italiana dell’arte contemporanea, rischia di percorrere il medesimo sentiero o comunque uno analogo a quello di Agrigento, capitale della cultura, conclusasi pochi mesi fa nel modo peggiore, travolta dall’irrisione ancor più grave dei giudizi negativi.

I politici locali hanno avviato e gestito l’iniziativa senza capirne il senso e il valore e riducendola ad una sorta di “sagra del mandorlo in fiore” o di “festa di San Calò” più lautamente finanziate, con il tono e le caratteristiche proprie di un evento paesano.

Perfino alcune manifestazioni di un certo prestigio, non inserite all’interno di un contesto organico, si sono svolte nell’indifferenza degli agrigentini, senza attrarre un solo appassionato. Quell’evento che aveva suscitato speranze e aspettative non ha lasciato alcuna traccia nella città, ripiombata nell’anonimato di una condizione periferica e provinciale.

Ero ad Agrigento, alle Fabbriche, con le Orestiadi e più volte il sindaco e non solo lui, esaltando la mia vanità, mi hanno assicurato che avrei fatto parte di un comitato scientifico di livello nazionale e internazionale.

Alla fine, non è stato costituito nessun comitato e la Fondazione, appositamente creata, è stata riempita di persone la cui qualità principale era l’appartenenza alle diverse forze politiche.

Per quanto abbia una notevole autostima, non arrivo a ritenere che una mia partecipazione, e neppure quella di esperti di ben altro livello, avrebbero potuto sottrarre l’iniziativa al fallimento per l’insipienza imparabile degli amministratori locali e dello stesso presidente della Regione che a un certo punto se l’è intestata direttamente.

Inizialmente un apporto mi ero illuso di poterlo dare più facilmente a Gibellina, evitando intanto che la Fondazione Orestiadi, lì attore principale se non esclusivo dell’arte contemporanea, si rinserrasse entro il piccolo recinto locale, svilendo se stessa e gli eventi che avrebbe dovuto in notevole misura mettere in campo.

Quegli eventi, inaugurati e costati un bel botto, sono finiti lì e la città dell’arte contemporanea è scomparsa dai radar dell’informazione, tranne per qualche notiziola locale. Sui media, quelli che avrebbero dovuto fare da cassa di risonanza, non se ne trovano tracce.

In questo periodo poi, nella città ci si prepara alle elezioni per il rinnovo dell’amministrazione comunale, in un clima acceso, come succede di solito, e che non lascia tempo per manifestazioni culturali. Non mi interessa sapere chi potrà vincere lo scontro tra i competitori, due dei quali sembrano certi: l’uscente e il candidato delle Tenute Orestiadi, che producono vino e inondano quasi tutta l’economia locale.

Se coloro che per anni hanno collaborato alla gestione della Fondazione avessero mantenuto con me un rapporto civile, probabilmente si sarebbe evitato un conflitto tossico che incide sulla comunità e sullo svolgimento degli eventi.

Avrei potuto facilmente anticipare al sindaco uscente che, come consigliere di amministrazione della Fondazione, ebbe parte diretta nella mia scelta di lasciare l’incarico, che sarebbe stato proprio lui il bersaglio successivo.

Gli avrei magari suggerito di adottare procedure di affidamento meno opache e più adeguate alla dimensione nazionale e internazionale che dovrebbero avere gli eventi. Avrei innanzi tutto evitato di ricondurre le Orestiadi al cortile di casa e tentato di convincere la nuova presidente dell’inopportunità di nominare la sorella alla guida del comitato scientifico, dissuadendo quest’ultima, peraltro, dal partecipare al riparto dei fondi stanziati dal ministero con una società personale che ha sede a Milano nella sua abitazione.

Avrei infine cercato di far capire al presidente della cantina quanto sia inopportuno e pericoloso occupare tutti gli spazi del paese, quello economico, quello politico con l’eventuale elezione di un sindaco sua espressione e quello culturale, con il controllo della Fondazione attraverso una figura di sicura valenza culturale, che ha già dimostrato inadeguatezza gestionale.

Se ho seguito con interesse e partecipazione la vicenda di Agrigento capitale della cultura, con maggiore coinvolgimento seguo quella di Gibellina, dove, perché nasconderlo?, ho speso una parte considerevole del mio impegno, lasciando un segno non irrilevante e mantenendo con quella città, malgrado tutto, un profondo legame.

Se essa oggi è capitale italiana dell’arte contemporanea, lo è per l’intuizione di Ludovico Corrao, che non immaginò mai che la Fondazione potesse risultare un bene da intestare ai propri eredi e che si è riusciti a salvare rilanciando le iniziative che hanno richiamato l’attenzione del ministero della Cultura.

Sciupare quella scelta o comunque ridurla ad una serie di attività periferiche e provinciali sarebbe un danno per l’arte contemporanea e per le istituzioni isolane che avevo iniziato a coinvolgere nella predisposizione del progetto.

Sarebbe la conferma che in Sicilia la cultura, se spesso non è fonte di sprechi e di ben più gravi esiti, rischia di impataccarsi, di venire deturpata dall’imperizia, dal provincialismo e dalle aspettative personali di chi ci mette le mani.