Renato Schifani dice che nel centrodestra esiste da sempre una regola: quella dei due mandati, il tempo necessario per completare un programma. L’ha detto il 10 aprile, a Palermo, a margine di un convegno sull’energia, mentre tornava a parlare apertamente della propria ricandidatura.

La domanda, però, è più semplice della risposta che il presidente non dà: quale programma? Quale disegno organico, quale riforma di sistema, quale prospettiva politica dovrebbe giustificare altri cinque anni? Perché se si guarda all’ultimo anno di legislatura, del famoso programma restano soprattutto annunci, emergenze da tamponare, dossier da rincorrere, crisi da gestire. Non una grande riforma capace di dare la misura di una visione. Non un intervento strutturale che abbia cambiato davvero il volto dell’amministrazione o di questa terra. L’unico cantiere che Schifani può rivendicare come bandiera, quello dei termovalorizzatori, è ancora appeso al cronoprogramma: progetti di fattibilità entro fine aprile, gare più avanti, lavori dal 2027, inaugurazione promessa per la fine del 2028. Più una scommessa che un risultato.

Il punto è che Schifani oggi rivendica il diritto a completare un’opera politica che in realtà non si vede. All’Ars si sono sfarinate la riforma della dirigenza, quella degli enti locali, il riordino dei consorzi di bonifica, il ritorno all’elezione diretta delle ex Province. Tutte questioni che avrebbero dovuto segnare un cambio di passo, tutte finite nel tritacarne di una maggioranza che si tiene insieme sulle dichiarazioni e si divide appena c’è da votare. Su questo, più che l’opposizione, ha lavorato il centrodestra stesso, utilizzando il voto segreto come arma di regolamento dei conti interni (un’altra proposta – quella di ridurre l’utilizzo del voto segreto – attende di varcare le porte di Sala d’Ercole).

E allora la formula dei dieci anni somiglia più a una pretesa che a una formula politica. Prima ancora di spiegare cosa ha fatto, Schifani prova a farsi riconoscere il diritto a continuare. Prima ancora di mettere in fila un’eredità di legislatura, chiede una proroga. È una mossa che racconta bene il momento del governatore: non l’orgoglio di chi porta in Aula risultati incontrovertibili, ma il bisogno di blindare il principio della continuità quando i contenuti rimangono sfocati.

Anche perché quella “regola” evocata come se fosse una consuetudine intoccabile ha già avuto, in Sicilia, una clamorosa smentita. Schifani ha citato il Molise e la Sardegna come eccezioni, ma ha dimenticato la più vicina e politicamente più istruttiva: Nello Musumeci. Nel 2022 il presidente uscente rivendicava apertamente la ricandidatura in quanto governatore in carica, mentre dentro la coalizione Forza Italia lavorava già per fermarlo. Bastano le cronache di quei mesi a ricordare il finale: Musumeci non fu ricandidato dal centrodestra e al suo posto venne scelto Schifani (con l’appoggio decisivo di Ignazio La Russa). Altro che regola dei dieci anni. In Sicilia, quando conviene, il centrodestra cambia cavallo eccome.

Per questo l’uscita del governatore non va letta come una riflessione teorica sui tempi della buona amministrazione. Ma per quello che è: l’apertura, con largo anticipo, della pratica elettorale. Del resto il governo ha appena rivendicato un avanzo di amministrazione record, oltre 5,2 miliardi, e Schifani ha già detto che la maggioranza dovrà condividere con lui le dinamiche di utilizzo di questo tesoretto (i partiti si sfregano le mani per accaparrarsi la fetta di torta più ghiotta). Nello stesso passaggio ha annunciato incontri frequenti con i capigruppo all’Ars. La legislatura entra così nella sua fase più leggibile: meno spazio per le riforme (di per sé assenti), più distribuzione e gestione del consenso.

In questo quadro si capisce anche meglio la beffa del piano da 600 mila euro in tre anni, rivelato dal quotidiano ‘La Sicilia’, per raccontare sui media i risultati del governo. Se manca un programma riconoscibile da completare, bisogna almeno costruirne il racconto, promuoverne la reputazione, comprare spazio per illustrarne le presunte meraviglie. Secondo Palazzo d’Orleans ci sarebbe da contrapporre un messaggio istituzionale a una «narrazione» fatta dai media che l’esecutivo ritiene «parziale o non aggiornata sull’operato dell’amministrazione regionale», per restituire «una rappresentazione più completa e aderente alla realtà». La giunta valuta che «l’esigenza di raggiungere un più ampio pubblico è particolarmente sentita» oggi alla luce delle misure approvate nell’ultima legge di stabilità: «gli incentivi alle imprese per l’assunzione dei lavoratori, il South Working, gli incentivi all’edilizia, la riduzione della tassa automobilistica per i grandi proprietari, la Super Zes, la misura per attrarre i nuovi residenti». Ma l’operato del governo non può ridursi solo alle sessioni di bilancio, o a puntare i riflettori su un avanzo di amministrazione che proviene dalle parifiche dei rendiconti del passato.

Schifani dice che servono dieci anni per completare un programma. Può darsi. A condizione, però, che un programma esista davvero. In Sicilia, fino a questo momento, si è visto soprattutto un governo che galleggia sulle emergenze, rivendica i risultati sui conti, annuncia investimenti e rimanda sempre più in là il momento delle scelte che definiscono una stagione politica. Chiedere altri cinque anni senza avere chiarito i primi quattro, non è una regola del centrodestra. È una richiesta di fiducia al buio.