Vivir para contarla, avrebbe detto Gabriel García Marquez, che qualcosa dice, in realtà, nella prima pagina del romanzo di Giuseppe Sottile. Romanzo, si fa per dire. Palermo di chitarra e coltello, edito da Einaudi, sfugge alle categorie. È semmai una goduria, una bancarella di leccornie stellate, una rassegna di storie e di storia, un libro che profuma di gelsomino e di polvere da sparo, un cinema di poveri e picciotti, un racconto di luoghi sperduti baciati da Sinatra, Milton e Stendhal. E anche, se si vuole, un dialogo a distanza con quella letteratura sudamericana che parla già nell’incipit, anzi, persino prima, nel titolo ispirato a una frase di Borges nel prologo dell’Evaristo Carriego. Lo scrittore parlava della “sua” Palermo, quella incistata nella grande Buenos Aires, ma nelle ultime pagine tornerà a ricordarci che a Palermo (la nostra, stavolta), ha immaginato la biblioteca di Babele. Borges o García Marquez, fin dall’inizio. Gli scrittori della magia e del sogno. Come se Sottile volesse ricordarci che “sogno” è l’altro nome della memoria.
Sarebbe un’autobiografia, quella di Sottile, se l’autobiografia non fosse un pretesto. Entra tutto il mondo, infatti, nel piccolo mondo antico di Gangi e dentro i muri intonacati (che sta per tonache) di Pedara, le due Macondo di Sottile, giornalista dalla carriera lunga e prestigiosa, da anni al “Foglio”, dove dirige l’inserto culturale del sabato.
E se la prima parte – accordata sulla dolorosa dolcezza delle chitarre che trasformano le dita in zolfanelli – è il ricordo di un prete mancato, dissuaso da un bacio candidamente malizioso di una giovane del paese, nella seconda parte (i coltelli, appunto), c’è tutto il giornalista Sottile e i colori sbiadiscono nel grigio di una Palermo violenta, quella della mafia che uccideva ogni giorno, quella in cui i personaggi del Giorno della civetta (il panellaro testimone oculare dell’omicidio: “Perché? Hanno sparato?”), si liberano dalla gabbia della cellulosa e diventano carne viva tra la carne morta, come gli uomini che non era in grado di ricordare, complice una pioggia scrosciante, il volto di un cliente ammazzato davanti a lui: “Perché? Hanno sparato?”, sembra voler dire.
Il piatto prelibato che offre Sottile in questa sezione del libro è una mafia “scomposta”, come usano dire gli chef di oggi. Sminuzzata nei suoi ingredienti originari, a chilometro zero, se vogliamo. Non è la mafia dei teoremi e dei livelli, è la mafia della strada, la mafia dei bassi o, tutt’al più degli ammezzati. La mafia di boss e picciotti che hanno una faccia, un colore, un’ingiuria, un modo di sgranare gli occhi, di fare “scivolare la spalla”, di minacciare blandendo o seviziando due cani. Ed è anche la “mezza mafia”, che alimenta il fiato pestilenziale della città.
Ma prima dell’arrivo nella spaventosa Palermo, nella redazione de L’Ora, c’è il mondo che cambia. E se lo fa anche nella lontana Gangi, vuol dire che sta cambiando davvero. L’arrivo della Lapa che mette fine all’epopea dei muli e la consegna dei vestiti già confezionati dalla Facis annunciano l’ingresso in un futuro povero, cinico, lupigno, direbbe Sottile, che scaccia i gangitani verso terre lontane, verso tradizioni diverse, verso gli inferni delle acciaierie della Ruhr. E che manda in rovina il padre Salvatore, costruttore di basti.
Viverla per raccontarla, allora, con i cent’anni di solitudine a scattare dal giorno del viaggio verso il seminario di Pedara, con la benedizione dei genitori che lo vedevano prete, se non vescovo o cardinale sotto un enorme Cristo pantocratore (“Come quello di Monreale”). Lì, nelle camerate in cui il mondo entrava dalle pagine di Voltaire, Stendhal, Flaubert “spacciati” da don Ruta, o da quelle di Shakespeare lette dal maltese don Geek, o dalle note insegnate da don Fratallone che avrebbe trasmesso al giovane Sottile l’amore per la musica. Quello per il sacerdozio invece, sarà traviato dal bacio della giovane Fiorina, figlia del barbiere Carmelo Lapunzina, al quale Sottile dedicherà alcune tra le pagine più dense d’affetto e nostalgia, ricordando i tempi poveri e belli dell’orchestrina volante e della barberia che faceva circolo di maldicenze e scuola di vita.
“Pensami durante le tue preghiere”, disse Fiorina a Sottile “con la malizia della sua età”. L’educazione sentimentale dello scrittore lo avrebbe portato presto lontano dal seminario, nonostante gli inviti sconfitti di don Scucces: “La fissazione è peggio della malattia” che faceva a pugni con Paul Valery, segretamente ammirato da don Ruta: “Nulla è più profondo della pelle”.
Il problema sarà spiegarlo al padre, ‘u vardiddaru che puntava sulla chiesa per dare un futuro al figlio. Il legame con la famiglia gangitana è descritto con una tenerezza incantevole, come nel racconto delle fughe insieme al nonno che lo portò a mangiare fave nel podere di un nobile, per scacciare via i fantasmi. E in un attimo, la campagna di quel “pizzo di montagna tra i Nebrodi e le Madonie”, diventa una calda Aracataca.
Ma oltre alle cose, c’è il modo. Le storie piccole e grandi di Sottile sono pittate con una lingua bassa e coltissima, di terra e di cielo. Ci trovi le minutaglie di Leonardo Sciascia e tanta roba buona per quell’altro sognatore di Gesualdo Bufalino. Ti muovi tra personaggi che ginnasticano, impupano e si intramano. Tra pensieri ingrottati e serpigni, tra mafiosi e picciotti incaramellati, ingaglioffati, incipollati e allallati, gente che si inconiglia, pizzulia, inconchiglia.
Sottile, poi, nelle ultime pagine regala la sua ghost track: un disperato urlo di speranza per una Palermo che spinge alla disillusione e al cinismo addolciti solo da un sogno: il ritorno del Genio. Una Palermo che torna a dialogare con la Spagna largamente intesa, in quel patto di sangue che sono i Quattro canti.
C’è, però, nelle mille e una notte di Sottile, una scena che fa probabilmente da architrave. La pioggia batte forte su lui e il papà, di ritorno dalla fiera di Castel di Lucio, quando i carabinieri li fermano, chiedendo di mostrare il marchio impresso sui muli, per dimostrare la proprietà. I muli però erano ricoperti di fango. “E come facciamo? Non abbiamo acqua. Ci è rimasto solo mezzo fiasco di vino”, dirà il padre. “Sì, col vino”, risponderà il carabiniere. “Non avrebbe mai dimenticato quel sopruso”, scrive Sottile di suo padre. Ma carta canta: quel sopruso non l’ha dimenticato nemmeno lo scrittore che nella sua attività giornalistica ha spesso puntato il dito contro imposture e abusi della giustizia. Condividendo con Sciascia (che prenderà le mosse da un altro sopruso, un tentativo di imbroglio al suo, di padre), per spiegare la sua “nevrosi della giustizia”.
“La fissazione è peggio della malattia”, avrebbe detto don Scucces. La fissazione è peggio della malattia, direbbe Sottile.


