In Sicilia il problema non è soltanto la corruzione quando arriva sulle pagine dei giornali. Ma tutto ciò che la precede. È la leggerezza con cui si distribuiscono incarichi, la naturalezza con cui certi nomi ritornano, la disinvoltura con cui gli affidamenti diretti diventano prassi invece che eccezione. È in questa zona grigia che prosperano i pagnottisti.
La relazione annuale dell’Anac, presentata dal presidente Giuseppe Busia alla Camera, offre una chiave utilissima anche per leggere la Sicilia. L’Autorità segnala che nel 2025 gli affidamenti diretti per servizi, forniture e consulenze hanno raggiunto quasi il 95 per cento delle acquisizioni complessive, con un significativo addensamento proprio a ridosso della soglia, tra i 135 mila e i 140 mila euro. E avverte che la corruzione si è fatta sempre più insidiosa e sfuggente. Non è difficile riconoscere, dentro questo allarme, un tratto già noto della vita pubblica isolana.
Perché qui gli affidamenti diretti sono diventati, troppo spesso, una comoda modalità di governo. Una scorciatoia che sul piano formale può anche restare dentro il perimetro della legge, ma che sul piano politico apre un problema enorme quando finisce per alimentare sempre gli stessi circuiti e gli stessi nomi. E qui vale la pena ricordare di cosa stiamo parlando: nel codice dei contratti l’affidamento diretto è consentito per servizi e forniture sotto i 140 mila euro. Non serve aspettare la sentenza di un tribunale per capire che, quando il sottobosco cresce fino a sembrare un pezzo stabile dell’amministrazione, il guasto è già davanti agli occhi di tutti.
Busia, del resto, ha indicato proprio questo punto: la corruzione di oggi non è solo quella della tangente classica, ma una costellazione di condotte più opache, che passano dalle consulenze fittizie alle sponsorizzazioni ambigue, fino alla distrazione dei fondi europei e all’indebolimento delle barriere fra politica, amministrazione e società partecipate. In un contesto del genere, il ricorso massiccio al sotto soglia non è solo una tecnica di spesa: è una porta spalancata.
E infatti in Sicilia quella porta è rimasta aperta per anni. Il turismo è stato il laboratorio più generoso di questo metodo: eventi, promozione, format, produzioni, storytelling, servizi collegati. Una filiera nella quale il confine tra interesse pubblico e convenienza politica si è fatto via via più sottile. Il caso simbolo resta quello di Cannes: nel 2023 emerse un affidamento da 3,7 milioni di euro alla lussemburghese Absolute Blue, giustificato con l’asserita esclusività dell’evento; poi però arrivò la revoca in autotutela disposta dalla Regione. SeeSicily, con i suoi rilievi europei, e Cannes non sono stati incidenti isolati. Sono stati i momenti in cui un modello si è mostrato in piena luce.
Dentro questo schema il nome di Maurizio Scaglione torna da tempo nelle ricostruzioni giornalistiche. Com’è possibile che, ogni volta che si apre il mercato grigio della comunicazione istituzionale, dei format promozionali, dei video celebrativi, dei servizi di contorno, a tornare siano quasi sempre gli stessi protagonisti? Com’è possibile che attorno alla spesa pubblica si consolidi con tanta regolarità un circolo ristretto di habitué?
Già all’inizio del 2025 le ricostruzioni giornalistiche attribuivano alle società riconducibili a Scaglione oltre 486 mila euro di affidamenti regionali. Dentro quel conto c’erano, fra l’altro, 105 mila euro da Arpa Sicilia per un anno di comunicazione digitale, 30 mila euro dall’Agricoltura per quattro puntate di “Sicilia Gourmet”, 72 mila euro dalla Presidenza della Regione per venti video istituzionali, oltre al capitolo del Consorzio autostrade siciliane, indicato come uno dei tasselli più ricorrenti di questa filiera.
Poi il conto ha continuato a salire: 87 mila euro per venti video, 79 mila euro per il format “Invito in Sicilia”, 48 mila euro per la seconda edizione di “Sicilia Gourmet” e persino altri 8.748 euro per due video sulla riapertura di Castello Utveggio. Nel frattempo sono emersi anche altri incarichi: gli 84 mila euro oltre Iva affidati dal Parco archeologico Naxos-Taormina a Mercurio Comunicazione e i 15 mila euro oltre Iva affidati dall’Asp di Trapani per una campagna di comunicazione. Totale? Oltre 700 mila euro. E quando attorno agli stessi nomi si accumula una simile continuità di incarichi, il problema è di sistema.
La Sicilia, peraltro, arriva a questo passaggio con un carico già pesante. L’inchiesta sulla sanità che ha coinvolto Totò Cuffaro ha riguardato, secondo la Procura di Palermo, l’illecita gestione di appalti e nomine nella sanità regionale. Nessuna scorciatoia colpevolista: la parola finale spetterà ai giudici. Ma è già un fatto politico enorme che uno dei gangli più delicati della Regione sia stato descritto dagli inquirenti come terreno di comitati d’affari, pressioni e spartizioni.
Non meno indicativo è il quadro che investe l’attuale maggioranza. Elvira Amata è stata rinviata a giudizio per corruzione nell’indagine legata alla gestione dei fondi del Turismo. Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars, ha chiesto e ottenuto il giudizio immediato in un procedimento in cui gli vengono contestati corruzione, peculato, truffa e falso ideologico. Luca Sammartino è imputato nel processo nato dall’inchiesta Pandora, e la Consulta ha appena confermato la legittimità delle intercettazioni effettuate nella sua segreteria politica. Sono vicende diverse, ma tutte raccontano la stessa fragilità: la permeabilità del potere regionale a relazioni improprie, pressioni opache, circuiti di influenza che non dovrebbero stare così vicini alle istituzioni.
È in questo spazio che il pagnottismo smette di essere folclore e diventa un metodo di governo. Non riguarda solo il turismo, anche se il turismo è stato il settore più esposto. Riguarda anche la comunicazione istituzionale usata come vetrina di regime, i piani immagine per migliorare la reputazione dell’amministrazione, le celebrazioni pubbliche trasformate in filiere di incarichi, produzioni e servizi connessi. Ma chi controlla davvero?


