Pareva che il Partito democratico avesse deciso di saltare la prossima scadenza per la elezione del presidente della Regione e dell’Assemblea.

Sequestrato, ridotto alla irrilevanza da un gruppo di irresponsabili e diviso al suo interno, ha dato finora un segnale inequivoco: non ci siamo, non ci vogliamo essere.

Poi spunta la candidatura di Antonello Cracolici, o perlomeno il presidente dell’Antimafia dichiara in una intervista di voler affrontare la sfida, pur consapevole di una situazione che al solo pensarci “gli fa tremare i polsi”.

Resta da capire se si tratti di una scelta personale della quale non sa nulla il suo partito, o se ne sia espressione.

Ma poiché non c’è traccia di un incontro, dell’inizio di un ragionamento in vista della scadenza dell’anno prossimo, c’è da presumere che Barbagallo e i suoi quattro amici continuino a rimanere lontani dalla politica.

Cracolici comunque ha idee “chiare”, se pure appena accennate, per il ruolo al quale si propone ed evita in ogni caso di apparire – come spesso è capitato nella realtà siciliana – uno di quelli che mettono all’incasso l’impegno antimafia, sempre lodevole in questa terra, ma ostentato come una medaglietta utile ad ottenere rilevanza, notorietà e ruoli di potere.

Egli, al di là dei risultati non sempre eccezionali della Commissione che presiede e attraverso la quale comunque ha evidenziato situazioni gravissime ma a volte le ha anche fatto assumere tratti da sede di giustizia alternativa, ha un’indubbia esperienza e sa bene, come dice nell’intervista, che la questione morale e l’onestà non bastano, se pure sono il presupposto dell’azione politica.

Se la candidatura dovesse confermarsi, si aggiungerebbe a quelle dei due rappresentanti del populismo nostrano, e ad una terza della stessa natura che viene da più lontano, da un proto-populismo alla siciliana, alla pasta con le sarde.

Contro la destra sono pronti a scendere in campo il capogruppo di Cinquestelle e quello di Controcorrente. E insieme De Luca, che continua a segnalare la sua presenza, a sbandierare la propria disponibilità aspettando che qualcuno – da destra o da sinistra non importa – senta il ripetuto richiamo e lo investa del ruolo di candidato.

A sinistra pare ci facciano pure un pensierino, anche perché dall’altra parte sembra non ci sia spazio per papi stranieri.

Mulè, telegenico, colto, concavo e convesso come un antico doroteo, uno di quei democristiani bravi con il potere ma non sempre coerenti con le loro posizioni – il nostro, dopo avere proclamato che il suo partito, Forza Italia, non avrebbe mai accettato un’alleanza con Vannacci, sta elaborando il modo per consentire alla destra di accordarsi con il generale -, Mulè è pronto a scendere in campo, come un tempo fece Berlusconi, suo vecchio, indimenticato leader.

Ad un centrodestra squassato dalla questione morale, dai contrasti interni e guidato finora – ché la riconferma non appare prevedibile -, da un presidente incolore e inadeguato, il centrosinistra opporrebbe ipotesi diverse e interpreti che tutte le capacità hanno tranne quella di avviare un ragionamento e di formulare un programma.

Ché vai a farlo con i populisti. Con quelli che, ancor più dopo i successi ad Agrigento e Messina, rifuggono da “noiosi” percorsi. Del resto, vincono perché gridano le loro invettive, i loro dissensi, fanno denunce, coprono il vuoto dei partiti. Sarebbe perfino eccessivo sfidarli ad articolare discorsi e proposte concrete, sono soddisfatti, come è pure logico, del seguito che riescono ad avere, dell’attenzione di una parte dell’opinione pubblica e qualcuno di loro ritiene perfino possibile riproporre plebiscitari successi del tempo di Grillo. Quella vicenda è ormai lontana e dimostra che, in una sorta di continuo giro di giostra, l’ultimo populista scaccia o oscura il penultimo.

Se questa è la “zita” non risulterà una bella prospettiva il confronto tra la destra e un “campo largo” nel quale, prescindendo da Cracolici, spuntano Di Paola, La Vardera e probabilmente De Luca.

Ma poi, se ci si riflette, perché pretendere di razionalizzare le vicende siciliane? Cosa c’è da modificare, da riformare all’interno della Regione e della vita pubblica isolana? Esiste davvero la possibilità di rimettere ordine nelle nostre cose, di ridare senso a questa Autonomia? Quale programma risulterebbe credibile?

La risposta dovrebbe indurre Cracolici a compiere un passo indietro, non essendo questo il tempo della politica, e di lasciare il terreno a quelli che potrebbero sfasciare tutto, realizzando l’unico progetto che paradossalmente potrebbe risultare utile.

Giorno per giorno le cronache ci dicono del distacco progressivo della gente dalla politica, ci mostrano l’inadeguatezza di chi governa e di chi fa opposizione, l’entità dei disastri accumulati nel corso degli anni, la condizione di una istituzione che gira su se stessa e si autoalimenta.

Avendo sperimentato tutto, è sicuro che qualcuno di Fratelli d’Italia, della Lega, di Forza Italia e del gruppo dell’inaffondabile Lombardo, possa evitare di percorrere gli stessi sentieri battuti in questi anni?

È difficile immaginare una ipotesi riformista – un termine al quale si ricorre da più parti con la stessa frequenza con la quale un tempo i comunisti ricorrevano all’aggettivo “democratico”, non essendo del tutto in linea con il senso di quella parola – appena credibile e vincente in una realtà nella quale c’è poco da riformare e molto da rifondare. E poi, comincio sempre più a non individuare il luogo dove alberghi il riformismo, a capire cosa sia in realtà, cosa resti da riformare, in Sicilia in particolare, dove tutto o quasi andrebbe raso al suolo, sparso sullo stesso un bel po’ di sale e ricostruito per intero.

E allora lasciamo che la destra completi il lavoro, sputtanando ancora di più, ove fosse possibile, una Regione che quasi ottant’anni fa nasceva accompagnata da tante speranze e guidata a lungo da una classe dirigente imparagonabile a quella attuale.

Oppure facciamo largo ad uno tra De Luca e La Vardera, che rappresentano bene il mondo di oggi. Con un insulto, uno sberleffo, con una denuncia anche giusta.

Di Paola dovrebbe capire che non è più il tempo del “Vaffa” e che se per Cinquestelle c’è una prospettiva di candidatura alla presidenza della Regione, quella passa dalla capacità di Conte di condurre in porto scambi ineguali con il Pd o piuttosto di taglieggiarlo, arte nella quale non ha rivali.

In ogni caso, i programmi rischiano sempre di essere volatili come la carta sulla quale vengono scritti, il Partito democratico che dovrebbe essere il perno dell’alternativa alla maggioranza è esangue.

I populisti sanno sintonizzarsi con la gente, parlano bene la lingua sconclusionata ed efficace come quella di Facebook. E riescono pure talora a prevalere: Agrigento uno di loro è riuscito a cacciare dal governo della città un antico, polveroso gruppo di potere, e l’altro a Messina a non far toccare palla né alla destra, né alla sinistra.