In una politica siciliana ormai rassegnata a vivere alla giornata, Giorgio Mulè prova a fare esattamente il contrario: sollevare lo sguardo. Mentre il dibattito pubblico si consuma sulle emergenze da tamponare, sulle mance da distribuire e sugli equilibri da preservare, il vicepresidente della Camera, di Forza Italia, mette sul tavolo un’idea di Sicilia. Non l’ennesimo catalogo di buone intenzioni, ma il tentativo di legare analisi, priorità e strumenti, partendo dai nodi strutturali che da decenni impediscono all’Isola di liberarsi dalle proprie debolezze.

È anche un livello “altro” rispetto al difensivismo nel quale sembrano essersi rifugiati i commissari dei principali partiti del centrodestra (compreso Minardo), impegnati soprattutto a custodire equilibri, rassicurare alleati e non disturbare troppo il manovratore. Mulè spiega che cosa bisognerebbe fare della Sicilia. È il pensiero di chi osa. E, proprio perché osa, anche di chi legittimamente ambisce. Senza bisogno di dichiarare candidature o di aprire ufficialmente una corsa a Palazzo d’Orléans, Mulè fa qualcosa di assai più politico: mette in circolo una piattaforma, indica una direzione, offre una visione sulla quale misurare chi governa oggi e chi vorrà governare domani.

Per questo la lettera affidata a LiveSicilia finisce inevitabilmente per assumere il carattere di un manifesto politico. E per questo, con la forza delle idee prima ancora che con quella degli schieramenti, finisce per sfidare la trimurti Schifani-Cardinale-La Russa che presidia gli equilibri dell’attuale maggioranza. Un manifesto che può dare fastidio proprio perché sposta la competizione dal terreno dei nomi a quello, assai più impegnativo, dei contenuti.

Mulè ne è consapevole. Tanto da sentire il bisogno, prima ancora di entrare nel merito, di parare le eventuali critiche: «La mia ritrosia nasce dal fatto che non vorrei che ciò che io esprimo venga in alcun modo letto con le diottrie distorte di una politica troppo spesso orientata a confondere o intorbidire le acque piuttosto che essere votata alla trasparenza». E subito dopo marca la distanza: «È ciò che marca la differenza, direi il fossato, tra il mio modo di intendere la Politica – maiuscola voluta – dalle miserie della “politicuzza”. Fa parte di quel “risanamento etico” che (leggi legalità e trasparenza come dna) è precondizione di un “rinascimento politico” che magari infastidisce anche qualcuno nella mia parte politica».

La cautela resta. Mulè precisa che ciò che dirà «non è né una critica a chi ha governato ieri né a chi lo sta facendo con disciplina e onore oggi». Ma aggiunge subito: «Sono pensieri, liberi pensieri orientati al domani». Ed è precisamente qui che la riflessione smette di essere un esercizio intellettuale e diventa proposta politica. Il metodo è condensato nelle prime tre lettere dell’alfabeto: «La Sicilia che vorrei si declina con le prime tre lettere dell’alfabeto: a, b, c». Ovvero: «si parte dall’Analisi dell’esistente, si interviene coraggiosamente ma doverosamente laddove necessario con il Bisturi e si passa alla ridefinizione del Contesto».

Non un gioco di parole, ma uno schema da applicare innanzitutto a «lavoro, sanità, acqua, energia, rifiuti». E con un’ambizione che va molto oltre l’amministrazione dell’esistente: «La Sicilia deve smettere di subire i propri limiti geografici e climatici per trasformarli in asset competitivi, posizionandosi come l’Hub Energetico d’Europa e il polo di riferimento per l’Industria High-Tech e il Turismo Sostenibile nel Mediterraneo».

Il percorso, scrive Mulè, passa attraverso «uno shock infrastrutturale e di semplificazione, una fase di riconversione e creazione di competenze, infine la tappa della piena autonomia e attrattività». La prima zavorra da rimuovere è quella della burocrazia: «Secondo i calcoli della Cna Sicilia, la burocrazia costa alle imprese siciliane 3,4 miliardi di euro all’anno, pari a 312 ore di lavoro e 9.800 euro a testa spesi per adempiere agli obblighi amministrativi. Una follia».

Da qui una proposta concreta: «Penso a un piano strategico per l’integrazione dell’Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione della Regione Siciliana che punti a digitalizzare i processi decisionali, abbattere i tempi della burocrazia – specialmente nei settori ambiente, sanità e appalti – e migliorare i servizi al cittadino». Con un obiettivo immediato: «l’azzeramento dell’arretrato storico nelle autorizzazioni critiche per lo sviluppo economico – ZES, impianti rinnovabili, opere idriche».

Poi la sanità, affrontata non come terreno di spartizione o di gestione delle emergenze, ma come misura della civiltà di un sistema: «Il fronte sanitario è la prima linea per garantire livelli essenziali di civiltà prima ancora che i famosi livelli essenziali di assistenza». Anche qui il bisturi deve incidere sul rapporto fra politica e amministrazione: «Occorre, tuttavia, un cambio di paradigma culturale e un patto di sistema tra la politica e gli operatori sanitari, affinché nella sanità pubblica prevalgano merito e competenze sulle appartenenze».

E ancora: «La politica è chiamata a pianificare e programmare gli interventi sulla base del bisogno di salute espresso dalla popolazione, che è documentabile sulla base dei dati disponibili, ma il management deve poter conseguire gli obiettivi di salute, prima ancora che di bilancio assegnati, senza subire interferenze esterne, per essere quindi giudicato in base unicamente ai risultati misurati». È forse questo uno dei passaggi più politici del manifesto. Perché parlare di merito contro appartenenze, di management liberato dalle interferenze e di risultati misurabili significa mettere in discussione un metodo che in Sicilia non riguarda soltanto la sanità.

Mulè allarga infine il campo e prova a sottrarre il progetto ai recinti di coalizione: «La Sicilia che vorrei esige l’unità di intenti di tutti i siciliani e di tutte le forze politiche, senza se e senza ma. Non è il tempo dei recinti e degli steccati, è il tempo nobilissimo del bene comune». Il rischio, altrimenti, è scritto senza infingimenti: «O comprendiamo che la sfida del Rinascimento ci chiama tutti insieme, o saremo condannati a restare ognuno custode geloso del proprio piccolo orticello mentre l’Isola continua ad appassire».

La chiusura è affidata ai giovani, al merito e alla capacità di trasformare il patrimonio culturale siciliano in una leva di sviluppo: «Ognuno di loro deve avere certezza di essere preso per mano in un percorso di studi che ne valorizzi le sensibilità e le peculiarità preparandolo al futuro lavorativo che va realizzato nella sua terra». Fino al richiamo a Federico II e a un nuovo Rinascimento siciliano: «Eccoci qui, 800 anni dopo: siete tutti pronti a raccogliere la sfida per un nuovo rinascimento siciliano?».