Se i giovani se ne vanno e poi anche i nonni prendono la valigia, che cosa resta in Sicilia? E si potrebbe dire anche, della Sicilia.

Nella regione in cui quasi ogni famiglia del ceto medio ha visto i figli laureati e talvolta specializzati andare via alla ricerca di miglior vita, restano i meno dotati, più fragili e meno fortunati. Questo, secondo il recente studio della Svimez che fornisce dati allarmanti sul fenomeno.

I giovani chiedono non solo un buon lavoro, adeguato agli studi che hanno fatto, ma servizi, esperienze positive di vita comunitaria, città vivaci e creative. E se non le trovano qui preferiscono farsi mantenere agli studi dalle famiglie in università italiane o, se possono, anche europee e poi vivere fuori dalle logiche mediocri che sempre di più dominano in Sicilia.

Un fenomeno che sembra destinato a crescere. Secondo uno studio recente su dati Istat, quasi centomila andati via negli ultimi sette anni.

Non siamo condannati. Come ha detto il suo presidente, la Regione vorrebbe cambiare. Certo si lavora per questo. Ma i risultati non si vedono. Oppure sono troppo lenti. A parte l’oggettivo, lodevole miglioramento dei conti, essenziale ma non sufficiente a correggere storture di lunga data.

La dura realtà è che qui si stenta. Ed oggi ad andarsene non sono più prevalentemente i lavoratori manuali, gli operai o gli artigiani che in passato fuggirono già verso l’alta Italia o l’Europa. Oggi sono i giovani laureati ad andar via.

Uno spreco enorme di risorse, oltre sei miliardi, per formarli a vantaggio di altre aree, non solo del Paese. E l’impoverimento anche morale; la mancanza di forza, impegno e voglia di innovare che si trasferiscono altrove.

Qui rimane una terra desolata, non felice e neppure disposta a restare “sempre mesta accanto al fuoco” come la Cenerentola di Rossini. Che nella favola, alla fine vede “cangiare” il suo stato. E come vorremmo anche noi vedere un risveglio, un balzo, uno sforzo di successo che rimetta in discussione una sorte inaccettabile. E come è proprio questo che manca. Che rende difficile la “restanza”.

Occorre trovare un rimedio nella vita civile prima che nella politica. La quale non sembra aver capito che non è di sé stessa in primo luogo che deve occuparsi, ma del bene comune. Di questo sconosciuto o dimenticato interesse pubblico che sembra uno straniero, un negletto superstite.

Passa così il tempo, mentre i vecchi chiedono una sanità più adeguata, servizi dignitosi ed efficienti. E le imprese reclamano investimenti e semplificazioni amministrative per dare fiato al loro impegno. Non solo bonus, mance, favori e marchette.

I conti migliorano. Però la Regione e gli enti locali sono lenti, vecchi e inefficienti. Troppe energie si disperdono e mancano allo sviluppo, al cambiamento necessario.

I giovani vanno via dalla Sicilia che hanno amato e amano, perché bellissima e maltrattata, come la bella addormentata delle favole. E le chiedono, sembra vanamente, di svegliarsi da un sonno fatale. Mentre alcuni politici che si sentono furbi ripetono come sonnambuli che Lampedusa è superato.

Un certo cinismo, la necessità di sopravvivere, inducono a vezzeggiare i capricci e a trascurare e dimenticare i doveri. La produttività cala, la fiducia diminuisce. Sono in pochi ancora a credere che si possa cambiare, meno di un terzo dei giovani. Bisognerebbe dar loro coraggio e non chiacchiere e cattivi esempi.