Ho grande considerazione per l’amicizia, il fatto che Scalfari avesse tradito per egotismo invidioso Arrigo Benedetti e Lino Jannuzzi mi ha sempre provocato un brivido di radicale insofferenza, se non di disprezzo. Sono vecchie storie del giornalismo di establishment italiano, ma istruttive, e per chi ne ha voglia basta informarsi sulle circostanze. Con Ripa di Meana, al quale poi ho portato fino alla fine un affetto riconciliato e ricambiato, ebbi una lite furiosa quando tradì Craxi per Di Pietro, che allora faceva paura e risultava un credibile giustiziere per un’opinione pubblica indecente e benpensante, come spesso accade all’opinione universale quando si chiude come una cappa di ignominia sulle sventure pubbliche e private di chi cade.

Ho anche molta considerazione per la politica, che una mentalità realista e liberale conosce come quella cosa che è inseparabile da un certo grado, più o meno alto e più o meno di qualità, di corruzione o corruttela. Non mi indigno, non rido e non piango, cerco spinozianamente di intelligere. Nella vita sono stato fortunato: prima o poi il moralizzatore da quattro soldi del momento è stato moralizzato, e il credulone cretino che aveva imbastito la resa della ragione di fronte al sentimentalismo presunto dell’onestà-tà-tà si è ritrovato denudato, o sentimentalismo presunto dell’onestà-tà-tà si è ritrovato denudato, o meglio in mutande. Non voglio peccare di amour propre, ché sennò Marcenaro mi scaglia contro un aforisma di La Rochefoucauld, ma morirò nella certezza assiomatica che indignazione è l’altro nome della stupidità.

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