Dici Agrigento e pensi ai templi e al più grande parco archeologico del mondo.
Dici Agrigento ma ti possono anche venire in mente l’abusivismo edilizio e la mancanza di acqua. Le due immagini sembrano comporre l’identità più comune di quella città. Quando poi abusivismo ed acqua si coniugano e coinvolgono perfino il parco, il quadretto diventa più nitido e disperante.
È di questi giorni il riemergere del problema dell’acqua che non c’è – questa non sarebbe una notizia – e in particolare quello di un intero quartiere con migliaia di cittadini che ora possono avere solo quella minerale nelle bottiglie di plastica.
A Maddalusa e in altre zone non ci sono mai state le condutture per portare l’acqua ai rubinetti e l’approvvigionamento è stato da sempre assicurato dalle autobotti private, fino a quando non è stato stabilito che con quei mezzi l’acqua può essere fornita solo a chi è in possesso di un regolare contratto con l’ente gestore. Gli abitanti della zona quel contratto non l’hanno potuto mai avere perché le loro case sorgono in una zona del tutto inedificabile all’interno del Parco archeologico.
È questo il risultato di un intreccio perverso durato a lungo, tra una classe politica alla quale del rispetto del territorio e dell’ambiente non è mai importato nulla o comunque molto meno dei voti e dei cittadini che hanno trovato la scorciatoia per realizzare il naturale desiderio di possedere un’abitazione.
Si tratta di uno dei tanti lasciti dei vecchi amministratori ereditati dal nuovo sindaco, carico di buone intenzioni e col merito indubbio di averli fatti fuori dopo qualche decennio di governo della città.
Eppure quel bravo sindaco, di fronte all’impellente esigenza di dare l’acqua a gente che in ogni caso ne ha diritto, anziché cercare magari una soluzione temporanea e insieme mettere in piedi un progetto il più possibile organico, ha imboccato la via più breve, quella che non spunta.
Certo, qualunque questione di rilevante spessore, per essere risolta ha bisogno di tempi lunghi.
E allora, per far capire che si è strenuamente impegnati comunque alla ricerca di soluzioni, si inseguono risultati immediati anche se impropri, che naturalmente non danno l’acqua a chi abita a Maddalusa e all’intera città. Conseguono semmai consensi, suscitano indignazione, attivano illusioni.
Così, per mettere in scena una forte protesta e mostrare un deciso impegno, si sono organizzati i “banchetti”, con i cittadini chiamati a sottoscrivere una forte richiesta dell’acqua pubblica e una denuncia contro il consorzio di comuni che la distribuisce e del quale proprio il sindaco del capoluogo è il maggiore azionista, e contro Siciliacque che a quel consorzio la fornisce.
Dietro quei banchetti, naturalmente, solenni e autorevoli, insieme al sindaco, c’erano La Vardera e i deputati di recente acquisizione di Controcorrente.
Può darsi che qualche volta impropriamente io abbia utilizzato il termine “populista” per definire quel movimento e il suo leader. Eppure, con tutto l’apprezzamento per la sua opera di denunzia, per la capacità di catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica e di coprire così il vuoto lasciato dai partiti dell’opposizione, quei banchetti e quelle proposte compongono l’intelaiatura più evidente e plastica del puro populismo nell’ultima forma nella quale si è manifestato in Sicilia.
Quando si dice “acqua pubblica”, qui si recepisce istintivamente “acqua gratuita”. Si sollecita in questo modo una antica aspettativa che nel passato, proprio nella città dei templi e nell’intera provincia, è stata alimentata da alcune forze politiche che non si sono mai poste il problema di come coprire i costi per garantire un bene prezioso e limitato.
Magari a qualcuno di loro sarà venuta di tanto in tanto l’idea di trasferire i costi sulla fiscalità generale anziché sulle singole bollette dei consumatori. Ma, poiché più della metà dei potenziali contribuenti le tasse non le pagano, sarebbero solo loro ad avere l’acqua gratuita.
La gestione dell’acqua ad Agrigento è già pubblica. È fornita da una struttura formata dai comuni, che più pubblica di così è impossibile immaginare.
E il modo di procedere di Siciliacque può essere discutibile, ma anche Siciliacque è pubblica, per il 25% partecipata dalla Regione e per il restante 75% dalla Cassa depositi e prestiti controllata dal ministero dell’Economia.
Ed allora?
Dopo i banchetti continua a mancare una soluzione anche provvisoria per i cittadini che, malgrado le loro case abusive, hanno diritto ad avere l’acqua, in attesa di avvistare quella definitiva per Maddalusa e per l’intera città, con un percorso nuovo e finalmente concreto.
Sarebbe questo un bel compito per il nuovo sindaco. Che ha il tempo e le capacità per prendere di petto e affrontare alla radice la questione.
Se invece continuasse ad andare lungo il sentiero facile della demagogia, riscuoterebbe il consenso popolare, che rischia sempre di essere effimero, ma non otterrebbe alcun risultato. Semmai illuderebbe, incrementerebbe aspettative improbabili, inciderebbe negativamente sul civismo e sul senso di responsabilità.
Una forza politica non può esaurire il proprio compito nella funzione di un difensore civico, nella denuncia facile che ottiene immediato consenso e mette oltre tutto in difficoltà gli altri partiti, difficilmente in grado di dissentire da quei metodi senza rischiare l’impopolarità.
Se si imboccasse una strada simile, paradossalmente i prossimi banchetti servirebbero a raccogliere firme per l’abolizione delle tasse. Le file risulterebbero interminabili e il consenso schizzerebbe alle stelle, facendo sprofondare il senso di responsabilità.

