La ricostruzione di Forza Italia ad opera di Nino Minardo si sta rivelando più dura del previsto. Ad Agrigento e Caltanissetta, per via delle inchieste che imbarazzerebbero chiunque (ma non Schifani), si sono persi per strada due ras dei voti: Riccardo Gallo Afflitto da un lato, Michele Mancuso dall’altro. Entrambi si trovano agli arresti domiciliari e per un po’ di tempo dovranno rinunciare a tessere la propria tela. E mentre nell’Agrigentino, una provincia fortemente contesa dal Mpa di Lombardo, si fa spazio Margherita La Rocca Ruvolo, già sindaco di Montevago, nel Nisseno la prateria del consenso viene occupata da Totò Cardinale, from Mussomeli. Cioè l’unico vero regista della ricandidatura di Schifani, nonostante il legame con Forza Italia sia ascrivibile agli ultimissimi anni.

Cardinale prima faceva altro. Era stato nell’orbita del Pd, si era mosso in autonomia con Sicilia Futura, poi aveva trascinato Tamajo da Italia Viva alla corte di Berlusconi. Ecco perché all’interno del partito azzurro il suo operato viene scansionato con un filo di diffidenza. Non da parte del commissario Minardo, che a margine dell’ultimo incontro all’Hotel Ventura ci ha tenuto a ringraziarlo pubblicamente “per il suo sostegno e per il prezioso contributo al nostro progetto politico in questa fase di rilancio del partito sul territorio”. Non è un mistero l’amicizia fra i due, né che l’allievo prediletto di Cardinale si chiama Edy Tamajo, attuale assessore alle Attività produttive e per un pezzo di questa legislatura competitor interno di Schifani sulla via di Palazzo d’Orleans.

Oggi non più. Tamajo e il presidente della Regione, grazie agli ottimi suggerimenti di Cardinale, sono tornati in sintonia. Non può dirsi lo stesso per Nicola D’Agostino, l’altro allievo, che non ha mai digerito la mancata nomina alla Sanità. E in più di un’occasione l’ha fatto trasparire pubblicamente, contestando tutto ciò che si poteva contestare (arrivando a denunciare l’assenza di “regia politica” da parte del governatore). Ma D’Agostino è di Acireale e a Catania il partito è vivo (forse troppo), nonostante le sue gatte da pelare (in primis la diatriba con Falcone).

Altrove invece è morto. A Messina Forza Italia è rimasta fuori persino dal consiglio comunale e l’unica ancora di salvezza – dopo le dimissioni di Alessandro De Leo e il trasferimento armi e bagagli sotto le insegne di La Vardera – sembra essere Bernardette Grasso, componente della commissione Antimafia che non sempre riesce a distinguere il giornalismo dal pagnottismo.

A Caltanissetta, dove agisce Cardinale, Michele Mancuso ha dovuto lasciare il seggio, subito rimpiazzato dalla prima dei non eletti nella lista di FI: Rosa Cirrone Cipolla (appena promossa da Minardo come coordinatrice dell’esecutivo provinciale del partito). La vicenda giudiziaria, intanto, ha già imboccato una strada precisa: il gip ha disposto il giudizio immediato per Mancuso e per il suo collaboratore Lorenzo Gaetano Tricoli, con la prima udienza fissata il 22 settembre. Secondo l’accusa, il deputato avrebbe ricevuto 12 mila euro per favorire l’associazione Gentemergente, destinataria di un finanziamento regionale da 98 mila euro per l’organizzazione di eventi e spettacoli. Mancuso respinge le accuse, ma la Cassazione ha nel frattempo confermato gli arresti domiciliari.

Anche ad Agrigento il piatto piange. Gallo Afflitto, nella sua penombra, si era sempre rivelato decisivo grazie a una rete di clientes che non aveva bisogno di “contropartita”. Nel senso che col deputato vicino a Marcello Dell’Utri vigeva una sorta di fedeltà incondizionata: Gallo non ha presentato un disegno di legge come primo firmatario, né una interrogazione. Questa l’affettuosa descrizione del collega Sunseri: “Al di là delle vicende giudiziarie, è stato uno dei deputati più incapaci che abbia mai conosciuto. Un’attività parlamentare pressoché inesistente e un modo di fare politica che mi è sempre sembrato orientato esclusivamente alla costruzione del consenso attraverso logiche clientelari”.

Gallo, secondo la ricostruzione degli inquirenti, era il burattinaio di Roberto Sanfilippo al Cefpas, questo sì. La Procura contesta a Gallo e al suo uomo di fiducia Gioacchino Pontillo di avere garantito a Sanfilippo la nomina alla direzione del Centro, nel marzo 2023, e la permanenza nell’incarico a condizione che si attenesse alle direttive del deputato. In cambio, Sanfilippo avrebbe messo l’ente a disposizione dei suoi interessi: quattro consulenze e poi un contratto a tempo pieno e determinato per la moglie di Gallo, un accordo con l’Asp di Agrigento che avrebbe dovuto consentirle di lavorare più vicino a casa, la nomina dello stesso Pontillo e una serie di incarichi assegnati a persone indicate dal parlamentare. Una gestione riassunta nell’intercettazione più brutale: “U Cefpas è di Gallo”.  Gallo, adesso, dovrà lasciare anche Sala d’Ercole (al suo posto Luigi Salvaggio, attuale consigliere comunale di Canicattì). Il peso politico e l’intermediazione non saranno più gli stessi.

Anche Margherita La Rocca Ruvolo, per lunghi mesi la prima accusatrice dei metodi di Salvatore Iacolino alla Pianificazione strategica, adesso si scopre debole. Alle Regionali si era fermata a 4.458 preferenze e aveva ottenuto il seggio provinciale dopo che per Gallo, eletto anche ad Agrigento, era prevalsa l’elezione nel listino regionale di Schifani. All’Ars lei e Gallo hanno spesso viaggiato a braccetto e oggi si ritrovano accomunati anche dalla presenza nelle carte della stessa inchiesta, sebbene con posizioni molto diverse. Sul caso Reina, infatti, il gip ha escluso qualsiasi ruolo penalmente rilevante di Gallo, ricostruendo invece un canale diretto tra La Rocca Ruvolo e Sanfilippo per gli incarichi affidati a Domenico Reina, fratello del cardinale Baldo Reina, del tutto estraneo ai fatti. Secondo l’ordinanza, l’operazione sarebbe servita a ottenere un ritorno politico ed elettorale. La deputata non è indagata, ma gli atti sono stati trasmessi alla Corte dei Conti per valutare un eventuale danno erariale e d’immagine.

Tornando ai numeri, però, si capisce quanto male possano fare queste defezioni a Forza Italia. Alle Regionali del 2022 Mancuso ottenne 8.288 preferenze, Gallo 7.340: insieme fanno oltre 15.600 voti personali, raccolti in due province nelle quali il partito si reggeva soprattutto sulla loro capacità di controllare il territorio, alimentare relazioni e mobilitare consenso. È questo il vuoto che Minardo deve provare a colmare. Non tanto con altri ras del consenso, ma con un’inversione di marcia che riguardi soprattutto la selezione della classe dirigente: sarà la svolta?