Esistono due Sicilie. Una è salita con Renato Schifani sul podio di Sala d’Ercole, accompagnata dai numeri, dal giudizio delle agenzie di rating e dalle immagini patinate dei termovalorizzatori di Palermo e Catania. È una Sicilia con i conti finalmente in ordine, credibile sui mercati internazionali, pronta a chiudere le discariche e persino a produrre energia dai rifiuti. L’altra è rimasta fuori dal racconto ufficiale. È la Sicilia delle visite mediche rinviate, degli scandali mai chiariti politicamente, degli assessori rimasti al proprio posto, delle riforme naufragate e di una maggioranza che continua a governare senza riuscire quasi mai a dimostrare di esistere.
La relazione annuale del presidente è partita inevitabilmente dalla prima. Sarebbe persino ingeneroso sostenere che Schifani non avesse argomenti. I suoi due principali cavalli di battaglia – termovalorizzatori e risanamento finanziario – negli ultimi mesi hanno superato passaggi concreti. Il problema nasce quando due risultati, ancora da consolidare, vengono presentati come la fotografia dell’intera legislatura: come se bastassero a trasformare un bilancio politico largamente negativo in una “svolta storica”.
Sui termovalorizzatori il governo ha effettivamente fatto avanzare un percorso rimasto bloccato per anni. Dopo la nomina di Schifani a commissario straordinario, nel febbraio 2024, sono arrivati il nuovo Piano regionale dei rifiuti, l’accordo con Invitalia e la gara per la progettazione. Nel marzo scorso la Commissione europea ha dato il via libera al Piano, mentre il 21 maggio la Regione ha presentato i progetti degli impianti di Palermo e Catania. La comunicazione ufficiale li definisce “progetti definitivi”, anche se tecnicamente si tratta dei progetti di fattibilità posti alla base dell’appalto integrato per la progettazione esecutiva e la costruzione.
Prima di vedere gli impianti in funzione restano dunque le autorizzazioni ambientali, le gare, l’aggiudicazione e i cantieri. Il cronoprogramma prevede l’affidamento dei lavori nella primavera del 2027 e l’avvio entro la fine del 2028. L’investimento ammonta a 881 milioni di euro, finanziati con il Fondo sviluppo e coesione. I due impianti potranno trattare complessivamente 600 mila tonnellate di rifiuti e produrre quasi 470 gigawattora di energia all’anno, pari al fabbisogno di 174 mila famiglie. È questa la parte più solida della narrazione presidenziale. Ma resta, per adesso, una promessa sostenuta da progetti e cronoprogrammi, non ancora da due impianti funzionanti.
Il secondo pilastro è quello dei conti. Negli ultimi mesi le principali agenzie hanno riconosciuto i progressi della Regione: Moody’s ha innalzato il rating da Baa3 a Baa2, Standard & Poor’s ha confermato il giudizio BBB+ e Fitch, pur mantenendo il rating BBB, ha migliorato l’outlook da stabile a positivo. A essere premiati sono stati la crescita delle entrate, la riduzione del debito e una maggiore disciplina finanziaria. “Abbiamo dato ai siciliani una regione più solida di quella che abbiamo trovato”, ha spiegato Schifani, soffermandosi sulla capacità dell’Isola di “attrarre nuovi investimenti”, sul Pil in aumento e sulla “credibilità ritrovata”.
Quelle delle agenzie sono valutazioni importanti, ma vanno riportate alla loro funzione: certificano la capacità della Regione di far fronte ai propri impegni, non la qualità della sanità, l’efficienza dell’amministrazione o la tenuta politica della coalizione. Anche il riallineamento dei conti, peraltro, è ancora in corso. La giunta ha approvato il disegno di legge sul Rendiconto 2022, che dovrà adesso ricevere il via libera definitivo dell’Ars. Il voto consentirebbe di liberare altri 264 milioni nel bilancio 2026, finora accantonati per il ripiano del disavanzo e destinati alla prossima variazione di bilancio. Sono risorse che tornano utilizzabili grazie alla ricostruzione, completata con quattro anni di ritardo, del ciclo contabile e all’attuazione delle prescrizioni della Corte dei conti.
Termovalorizzatori e conti, dunque. Due risultati che Schifani ha il diritto di rivendicare. Ma due risultati non fanno una legislatura. La seconda Sicilia – si parla di sanità – è quella fotografata proprio oggi da Agenas. Nel primo semestre del 2026, mentre a livello nazionale aumenta la percentuale delle prestazioni garantite nei tempi previsti, l’Isola procede in direzione contraria. Per le prime visite il rispetto dei tempi massimi è sceso dall’87,2 al 79,7 per cento. Per gli esami diagnostici è passato dal 75,9 al 71,9 per cento. Sono i dati della nuova Piattaforma nazionale delle liste d’attesa, che collocano la Sicilia tra le Regioni peggiorate in entrambe le rilevazioni. Il quadro coincide con quello già emerso dal Cruscotto 2.0 di Agenas, basato su oltre 65 milioni di prenotazioni registrate tra gennaio 2025 e aprile 2026. A fronte di un miglioramento nazionale diffuso, con sedici Regioni su ventuno in progresso per le visite e quindici su ventuno per gli esami, la Sicilia compare in entrambe le classifiche negative.
C’è poi un dato definito anomalo dalla stessa Agenzia. Nel 19,1 per cento dei casi, in Sicilia il paziente contatta il Cup quando sono già trascorsi i giorni entro i quali avrebbe dovuto ricevere la prestazione. Una percentuale tra le più alte d’Italia. La Regione ha stanziato 6,1 milioni di euro nel triennio 2026-2028 per potenziare il SovraCup, introdurre operatori virtuali e rendere visibile in tempo reale la prima data utile. La Corte dei conti, però, ha già evidenziato che lo strumento, da solo, non può risolvere il problema senza ulteriori interventi organizzativi e informatici.
Poi c’è la questione morale, vera nota dolente nonostante le cerimonie in onore di Falcone e Borsellino. Inchieste, arresti e rinvii a giudizio hanno investito esponenti della maggioranza. L’assessora al Turismo Elvira Amata, rinviata a giudizio per corruzione e ancora formalmente componente della giunta, ha rimesso il proprio mandato al partito ma non ha lasciato l’incarico. La mozione di censura depositata dalle opposizioni, dopo le vicende See Sicily e Cannes, non è mai arrivata alla discussione in Aula. Altri due arresti hanno attraversato Forza Italia: sia Mancuso sia Gallo Afflitto sono finiti ai domiciliari per corruzione. Poi c’è stato il caso della sanità e della Dc di Cuffaro. Ma niente: anche ieri chi si aspettava una parola di chiarezza da parte di Schifani è rimasto deluso. Il presidente ha rivendicato le scelte sulla revoca – rientrata per metà – dei due assessori della Dc e su Amata, mentre sugli altri ha derubricato i casi alla “sfera della responsabilità penale personale” degli indagati e “non possono essere automaticamente estese all’azione del governo o della maggioranza che lo sostiene”.
E infine c’è la politica. La riforma delle Province, uno dei punti qualificanti del programma elettorale, è stata affossata dal voto segreto. La stessa sorte è toccata al cuore della riforma dei Consorzi di bonifica. Anche il disegno di legge sugli enti locali è uscito ridimensionato da Sala d’Ercole. Ogni volta i franchi tiratori hanno dimostrato che la maggioranza di centrodestra non coincide con quella che vota. Le riforme che avrebbero dovuto caratterizzare la legislatura sono rimaste incagliate fra le divisioni dei partiti, i veti incrociati e un ricorso sistematico al voto segreto che ha finito per trasformare l’Ars nel luogo in cui la coalizione regola i propri conti. Anche se persino su questo Schifani ha avuto da ridire: “Esistono riforme che non passano necessariamente da un’aula parlamentare” ma “attraverso scelte amministrative, investimenti strategici, una nuova capacità di programmare, di realizzare opere che per decenni sono rimaste soltanto sulla carta”.
Schifani ha snocciolato i numeri migliori, ma la sua relazione non è tutto. Le due Sicilie restano lì. Quella raccontata dal presidente ha finalmente qualche numero da esibire. Quella reale continua ad aspettare che quei numeri diventino altro: servizi, riforme, etica pubblica e capacità di governare.


