L’altro ieri il sindaco di Gela ha trasferito il proprio ufficio davanti all’ospedale “Vittorio Emanuele”. Ha portato scrivania, sedie, documenti da firmare; mentre i cittadini vengono ricevuti sotto un gazebo, davanti a uno striscione che accusa Regione e Asp di negare la sanità ai gelesi. Terenziano Di Stefano – sostenuto da una strana alleanza che vede insieme il Mpa di Lombardo e il Movimento 5 Stelle – resterà lì, assicura, fino a quando non arriveranno risposte.
È una protesta locale, ma racconta bene la pianificazione (strategica?) della sanità siciliana (non ce ne voglia Tatiana Agelao, fresca di nomina a capo del Dipartimento): si annuncia un’opera, si mette una cifra accanto al progetto, si lascia trascorrere il tempo e, quando le scadenze si avvicinano, si cambia la fonte di finanziamento. I soldi traslocano, anche se il rischio è che spariscano per sempre.
Sta accadendo con i 130 milioni destinati al nuovo ospedale di Gela e con i 50 milioni previsti per le apparecchiature di Ismett 2, la struttura che dovrebbe sorgere a Carini accanto al centro di ricerca della fondazione Ri.Med. Erano inseriti nell’Accordo per la coesione sottoscritto nel 2024 da Giorgia Meloni e Renato Schifani. Adesso l’assessorato regionale alla Salute ha chiesto di riprogrammare quei 180 milioni perché i tempi delle due opere non sarebbero più compatibili con le scadenze del Fondo sviluppo e coesione.
Marcello Caruso sostiene che non si tratti di un taglio. La Regione, infatti, avrebbe individuato una copertura alternativa attraverso il Fondo di rotazione, che permette di programmare la spesa fino al 2034. L’operazione servirebbe a evitare le sanzioni previste per il mancato utilizzo dei fondi Fsc e a garantire comunque la realizzazione degli interventi. Il problema, però, è contenuto nelle stesse parole dell’assessore. Caruso parla di una «proposta» di sostituzione della copertura e annuncia che i provvedimenti saranno adottati contestualmente alla nuova individuazione delle risorse. Significa che la vecchia fonte viene messa in discussione mentre quella nuova deve ancora essere formalizzata.
A rendere meno rassicurante la sua spiegazione è Ruggero Razza. L’ex assessore alla Salute, oggi europarlamentare di FdI, non appartiene all’opposizione e conosce bene entrambi i progetti. Razza sostiene che la modifica del percorso originario abbia allungato i tempi e complicato le procedure. Su Ismett 2 non considera saggia la strada scelta; su Gela parla di inerzia amministrativa e conclude che «la burocrazia, allora, ha consigliato male». È un giudizio pesante proprio perché arriva dall’interno del centrodestra. Riduce il presunto aggiustamento tecnico a quello che appare: il tentativo di rimediare a ritardi accumulati negli anni.
Per il nuovo ospedale di Gela il governo attribuisce lo stallo al mancato perfezionamento della donazione del terreno di Ponte Olivo da parte di Enimed. Anche se il sindaco offre una ricostruzione opposta: l’Eni sarebbe pronta da tempo, ma Regione e Asp non avrebbero concluso gli atti necessari. In mezzo alle due versioni rimane un dato: non c’è ancora un progetto da appaltare, né un cantiere e i 130 milioni che dovevano finanziare l’opera stanno per uscire dalla programmazione originaria.
Anche Ismett 2 resta formalmente in piedi. La costruzione può contare su 348 milioni di finanziamento statale; i 50 milioni regionali servivano per le dotazioni tecnologiche. Ma anche in questo caso la copertura viene spostata prima che la sostitutiva sia stata tradotta in atti definitivi. E non si parla soltanto di un nuovo ospedale, ma di un progetto costruito attorno alla collaborazione con l’Università di Pittsburgh e all’integrazione con il centro Ri.Med. La credibilità istituzionale, in operazioni di questo livello, è parte dell’investimento.
Poi ci sono gli altri 15 milioni. Quelli promessi ai laboratori di analisi, ai centri di fisiokinesiterapia e alle strutture della specialistica convenzionata penalizzate dal tariffario nazionale del 2024. Qui occorre separare i fatti dagli annunci. L’articolo 6 della legge regionale 26 aveva autorizzato 15 milioni per il 2025. Il governo nazionale aveva impugnato la norma, ma la Corte costituzionale l’ha lasciata in piedi, riconoscendo alla Regione la possibilità di utilizzare risorse proprie per aumentare alcune tariffe. Quello stanziamento, però, riguardava il 2025 e non si rinnova automaticamente.
Per il 2026 Caruso ha annunciato un altro finanziamento da 15 milioni. Ha detto che sarebbe stato inserito nelle «prossime variazioni di bilancio» per mantenere l’impegno assunto con le strutture convenzionate. Ma la variazione da circa 400 milioni non è arrivata al voto prima della pausa estiva. Se ne riparlerà a settembre, quando l’Ars tornerà a riunirsi e il governo dovrà fare i conti con gli umori della maggioranza, le richieste dei partiti e il voto segreto.
Oggi, quindi, quei 15 milioni sono una promessa affidata a una manovra che ancora non c’è. E resta da chiarire, con numeri e atti, come siano state effettivamente utilizzate e ripartite le risorse autorizzate per il 2025. Non basta celebrare la sentenza della Consulta: occorre mostrare quanto è arrivato alle strutture, per quali prestazioni e con quali effetti sui cittadini.
Il filo che lega Gela, Ismett e la specialistica convenzionata è questo. Per le grandi opere si tolgono coperture certe promettendone altre più lunghe e flessibili. Per le prestazioni già erogate si annunciano nuovi stanziamenti rinviandoli alla prossima legge. Il governo assicura che nessun finanziamento andrà perduto, ma intanto tutto rimane sospeso…


