Non una banca, un bancomat. Che per Matteo Salvini si è rotto. Da inizio legislatura per almeno 18 volte il leader della Lega ha invocato una tassa sugli extraprofitti delle banche. E lo ha fatto per otto motivi diversi. Senza mai ottenere nulla.
Ripercorriamo a grandi linee una saga che dura da quattro anni. E partiamo dall’episodio più recente. L’11 agosto 2026 ci è stata offerta l’ultima versione del sogno salviniano di tassare gli extraprofitti. Questa volta il vicepremier propone una misura strutturale: il 5% l’anno sugli utili, da prelevare alle prime dieci banche italiane. Per fare cosa? “Raddoppiare – dice – i militari di strade sicure nelle strade e nelle stazioni”. Inciso: per il ministro della Difesa, Guido Crosetto di Fratelli d’Italia, Strade sicure dovrebbe chiudere. Forza Italia invece è contrarissima alla tassa sugli extraprofitti. Gli alleati però sono talmente assuefatti al refrain salviniano (mai tradotto in realtà) che neanche commentano.
Ma la passione di Salvini per i profitti delle banche è ricorrente: solo cinque giorni fa, il 7 agosto 2026, su Facebook suonava la stessa grancassa. Stessa premessa, obiettivi diversi: “Le prime due banche italiane nel primo semestre di quest’anno hanno totalizzato oltre 12 miliardi di euro di profitti. Per la Lega, una parte di questi utili, che derivano anche dai conti correnti degli italiani, dovrebbe essere reinvestita per sostenere famiglie e imprese in difficoltà”. Da strade sicure a famiglie e imprese, nel giro di cinque giorni, il passo è brevissimo. A Salvini l’idea piace così tanto che per sponsorizzarla mette da parte anche le critiche nei confronti del premier spagnolo Pedro Sanchez: “In Spagna una misura simile è già in vigore da anni e ha garantito miliardi di euro alle casse dello Stato”.


